Tempo trascorso nell'abitacolo del veicolo dotato di cuccetta – non rappresenta periodo di riposo

Corte di Cassazione Lavoro del 2 marzo 2009, n. 5023(omissis)
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
La controversia ha per oggetto le richieste proposte, nei confronti della ditta () dal signor...

19 Ottobre 2009 - 08:10

Corte di Cassazione Lavoro del 2 marzo 2009, n. 5023

(omissis)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO


La controversia ha per oggetto le richieste proposte, nei confronti della ditta () dal signor Tizio. e quelle degli eredi del signor Caio
 Gli istanti hanno affermato che i signori Tizio e Caio avevano svolto per conto della ditta l'attività di autisti dipendenti sul percorso tra x e y (nel periodo dal gennaio 1989 al 13 maggio 1994 il primo, e dal febbraio 1991 al 13 maggio 1994 il secondo), ed hanno chiesto il pagamento di differenze salariali.
 La ditta, costituitasi, ha sostenuto che non si era trattato di rapporti di lavoro subordinato, ma di rapporti di lavoro autonomo, compensati, come concordato, con una somma per ogni viaggio.
 Il giudice di primo grado ha riconosciuto l'esistenza di rapporti di lavoro subordinato, ma, effettuati i conteggi e detratti gli importi già percepiti, ha accolto le domande solo per quel che riguardava il trattamento di fine rapporto.
Il lavoratore Tizio e gli eredi Caio hanno proposto impugnazione, ma la decisione veniva confermata, anche nelle motivazioni, dalla Corte d'Appello di Messina con sentenza n. 904/04, in data 19 ottobre/16 novembre 2004.
Avverso la sentenza di appello, che non risulta notificata, il Tizio e gli eredi Caio con un unico atto hanno proposto ricorso per cassazione, contenente tre motivi di impugnazione, notificato a mezzo del servizio postale con plico consegnato all'ufficiale giudiziario, in termine, il 16 novembre 2005, spedito il 17 e pervenuto a destinazione il 19 novembre successivo. 
L'intimata () non ha presentato difese in questa fase.

MOTIVI DELLA DECISIONE


1. Nel primo motivo di impugnazione i ricorrenti denunziano un error in judicando, e, in particolare, l'errata applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro in relazione alla quantificazione del lavoro notturno prestato dal Tizio e dal Caio.
 I giudici di merito – vale a dire quello di primo grado confermato, su questo come sul resto, dal giudice di appello – avrebbero errato nell'applicare il contratto collettivo nazionale di lavoro per i lavoratori dipendenti delle imprese artigianali del settore tessile-abbigliamento-calzaturiero a proposito appunto dell'individuazione degli orari che dovevano essere considerati di lavoro notturno, perché avevano ritenuto straordinario notturno soltanto il tempo intercorso tra mezzanotte e le 6, mentre i contratti collettivi del settore che si erano succeduti nel periodo di riferimento prevedevano espressamente che fosse considerato lavoro notturno quello prestato nel più ampio intervallo tra le 22 e le 6.


2. Nel secondo motivo i ricorrenti deducono l'error in procedendo; in particolare, la determinazione dei tempi di percorrenza e del conseguente calcolo dei tempi di lavoro era contraddittoria, illogica, insufficientemente motivata e comunque contraria alla comune esperienza.
Lamentano che il giudice di primo grado, seguito, anche su questo punto, da quello di appello, abbia ritenuto che il tempo esposto dai ricorrenti, di 18 ore per la percorrenza del tragitto di circa 1.200 chilometri tra xxx e yyyy, non fosse necessario, ed abbia conteggiato, invece 15 ore a viaggio, sul presupposto che potesse essere tenuta una velocità media di 90 Km all'ora, e che, perciò, per quel percorso di 1200 Km fossero necessarie 13,33 ore (così letteralmente), oltre ad ore 1,27 per il traghettamento, e ritenuto che, invece, le altre tre ore fossero state destinate non ad attività lavorativa, ma a pasti e pause di riposo.
 I giudici, inoltre, avrebbero valutato erroneamente le prove testimoniali sul punto.


3. Nel terzo motivo, invece, i ricorrenti denunziano un altro profilo di error in procedendo e di error in judicando, in quanto, in particolare la qualificazione e la determinazione del lavoro relativo al tempo in cui il lavoratore non conduceva il furgone erano contraddittorie, illogiche, insufficientemente motivate e comunque contrarie alla comune esperienza e al comune senso di giustizia, nonché al contratto collettivo nazionale, ai regolamenti CE e all'art. 36 della Costituzione.
 Era errata, infine, anche sotto questo profilo, la valutazione della prova testimoniale.
Anche su questo punto i ricorrenti criticano le valutazioni e le argomentazioni delle sentenze di merito.
 Sostengono che – dato anche che il furgone Fiat Iveco adoperato era privo di cabina – non poteva considerarsi di riposo il periodo di tempo nel corso del quale l'autista momentaneamente non addetto alla guida rimaneva seduto a fianco all'altro guidatore.
A parere dei ricorrenti doveva, invece, essere considerato lavoro a tempo pieno, e come tale retribuito.
 Per il caso che questo fosse ritenuto eccessivo, chiedevano che venisse applicato il criterio indicato nei regolamenti della CEE e nell'unico contratto collettivo che disciplinava in materia dettagliata il caso dell'attività svolta da due conducenti di autocarro addetti al trasporto (vale a dire il contratto collettivo nazionale del personale dipendente da imprese di spedizione e categorie affini), e che il tempo di attesa del proprio turno di guida nella cabina dell'autotreno venisse calcolato solo in ragione del 50% della sua durata, per la sola parte che eccedeva il limite dell'orario ordinario, e senza che concorresse al compiuto del lavoro straordinario.


4. Dato che l'intimata () non ha svolto attività difensiva, si pone preliminarmente il problema della regolarità della notificazione.
Nel caso di specie la sentenza da impugnare è stata depositata in cancelleria il 16 novembre 2004, e non risulta notificata. Dunque, il termine di decadenza dall'impugnazione scadeva il 16 novembre 2005.
Come è noto, con sentenza 26 novembre 2007, n. 477, la Corte Costituzionale ha dichiarato “costituzionalmente illegittimo, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost. il combinato disposto dell'art. 149 c.p.c. e dell'art. 4, comma 3 della L. 20 novembre 1982, n. 890, sulle notificazioni di atti a mezzo posta nella parte in cui prevede che la notificazione si perfezioni, per il notificante, alla data di ricezione del plico da parte del destinatario anziché a quella, antecedente, di consegna dell'atto all'ufficiale giudiziario.”.
 Di conseguenza, come ripetutamente affermato da questa Corte, “in tema di notificazione a mezzo del servizio postale, a seguito della pronunzia n. 447 del 2002 della Corte Costituzionale, la notificazione a mezzo posta del ricorso per Cassazione (come di qualsiasi altro atto processuale) deve ritenersi tempestiva per il ricorrente se, entro il prescritto termine perentorio, il ricorso sia dallo stesso ricorrente (ed, in genere, dal notificante) consegnato all'ufficiale giudiziario.” (Cass. civ., 19 maggio 2003, n. 7839; nello stesso senso, tra le altre, 30 luglio 2003, n. 11686; 9 agosto 2003, n. 12041; primo aprile 2005, n. 6836; 28 luglio 2005, n. 15809).
 La prova della tempestività della consegna dell'atto ricade sul ricorrente e deve essere rigorosa. (Cass. civ., 2 settembre 2004, n. 17714; 29 settembre 2004, n. 19508).
 Sull'idoneità, o meno, come mezzo di prova del timbro dell'ufficiale giudiziario, si era aperto un dissidio nella giurisprudenza di questa Corte, che è stato superato con un'apposita pronunzia delle Sezioni Unite, le quali hanno affermato il principio di diritto che “ove non venga esibita la ricevuta di cui all'art. 109 DPR 15 dicembre 1959, n. 129, la prova della tempestiva consegna all'ufficiale giudiziario dell'atto da notificare può essere ricavata dal timbro apposto su tale atto recante il numero cronologico e la data; solo in caso di contestazione della conformità al vero di quanto da esso indirettamente risulta, l'interessato dovrà farsi carico di esibire idonea certificazione dell'ufficiale giudiziario, la quale, essendo diretta a provare l'ammissibilità del ricorso, potrà essere esibita secondo le previsioni dell'art. 372 c.p.c.” (Cass. civ., Sezioni Unite, 20 giugno 2007. n. 14294).
 Nel caso di specie la notificazione risulta effettuata a mezzo del servizio postale con plico spedito dall'ufficiale giudiziario presso la Corte d'Appello di Napoli il 17 novembre 2005, fuori termine, e pervenuto a destinazione il successivo 19 novembre 2005, ma la pagina iniziale dell'atto porta apposto a margine un timbro con scritto “Corte di appello di Napoli”, firma e data del 16 novembre 2005, in termine, nonché, separatamente a centro pagina, un altro timbro recante un numero progressivo: si tratta evidentemente del timbro e della firma dell'ufficiale della Corte d'Appello di Napoli attestante la consegna dell'atto, e del relativo numero progressivo del registro cronologico.
Sussistono gli estremi richiesti per la sicurezza della data di consegna dell'atto all'ufficiale giudiziario, e di conseguenza il ricorso è ammissibile e deve essere esaminato nel merito.


5. Nei limiti di questa motivazione, il ricorso è in parte fondato.
Il primo motivo è inammissibile ed infondato.
I ricorrenti lamentano, infatti, l'errata applicazione ed interpretazione di un contratto collettivo di categoria, affermando che non sarebbe stato interpretato correttamente, ma non risulta che il documento cui fanno riferimento sia stato acquisito agli atti.
 Dal testo della sentenza impugnata non risulta, infatti, la produzione di quel contratto collettivo, e neppure che, quanto meno, fosse stata richiamata o trascritta la clausola relativa al lavoro notturno.
Né, infine, i ricorrenti hanno precisato se ed in quale atto abbiano sollevato la questione in grado di appello.
Risulta così violato il principio dell'autosufficienza, né vi è prova che non venga proposta inammissibilmente una questione nuova. 
Il secondo motivo di impugnazione è inammissibile.
I ricorrenti vi esprimono il loro dissenso rispetto alle valutazioni di merito dei giudici della sentenza impugnata (e di quella di primo grado), ma in questo modo si limitano, in realtà, a riproporre così problematiche di merito, che, appunto perché tali non sono suscettibili di riesame in questa fase di legittimità.


6. Il terzo motivo di impugnazione, invece, è fondato.
 In realtà, un periodo di riposo, per poter essere considerato tale, non può limitarsi ad una momentanea astensione dal lavoro, ma deve consentire al lavoratore la reintegrazione delle energie perdute.
 Questo principio generale vale anche in questi casi di autisti e di lavoro discontinuo.
 Secondo la giurisprudenza di questa Corte, “nell'ipotesi di lavoro discontinuo – come quello di autista adibito a trasporto merci – caratterizzato da attese non lavorate, durante le quali il dipendente può reintegrare con pause di riposo le energie psicofisiche consumate, è configurabile l'espletamento di lavoro straordinario solo allorquando, malgrado detta discontinuità, sia convenzionalmente prefissato un preciso orario di lavoro ed il relativo limite risulti in concreto superato – occorrendo, all'uopo, che venga fornita la prova relativamente a modalità e tempi del servizio prestato nell'arco di tempo compreso fra l'orario iniziale e quello finale dell'attività lavorativa, in modo da consentire di tener conto delle pause di inattività -, oppure l'attività lavorativa prestata dal dipendente oltre il limite dell'orario massimo legale, non operante nei suoi confronti, sia, alla stregua del concreto svolgimento del rapporto di lavoro, irrazionale e pregiudizievole del bene dell'integrità fisica del lavoratore stesso.” (Cass. civ., 20 aprile 2004, n. 7577; nello stesso senso, 5 novembre 2001, n. 13622; 3 febbraio 2000, n. 1170).
Affrontando specificamente la problematica riproposta da questa causa, la giurisprudenza ha ritenuto in particolare che “sebbene anche nel lavoro discontinuo si possano avere periodi di riposo intermedio non computabili nella durata del lavoro effettivo, tali non sono quelli durante i quali, nel corso del viaggio, l'autista di un autotreno lascia la guida al compagno e, se vuole, può distendersi ed anche dormire nell'apposita cabina, trattandosi, in tal caso, non di un periodo di riposo intermedio vero e proprio, bensì di semplice temporanea inattività. Il criterio distintivo, infatti, fra riposo intermedio, non computabile ai fini della determinazione della durata del lavoro, e semplice temporanea inattività, computabile ad altri fini, consiste nella differente condizione in cui si trova il lavoratore, il quale, nel primo caso, può disporre liberamente di se stesso per un certo periodo di tempo anche se è costretto a rimanere nella sede del lavoro o a subire una qualche limitazione mentre, nel secondo, pur restando inoperoso, è obbligato a tenere costantemente disponibile la propria forza lavoro per ogni richiesta o necessità.” (Cass. civ., 30 gennaio 1974, n. 253).
 La Corte ritiene che questa soluzione sia tuttora valida, e che debba essere adottata anche in questo caso.
 Nel caso di specie non risulta, del resto, che l'automezzo fosse dotato di un'apposita cabina separata per il riposo del secondo autista.
Questa carenza comportava inevitabilmente uno stato di costrizione sofferto in uno spazio limitato anche dall'autista momentaneamente non impegnato nella guida.
 Si trattava perciò appunto di un periodo di semplice inattività temporanea, non di un periodo di riposo effettivo, idoneo alla reintegrazione delle energie psicofisiche, e computabile come tale ai fini della determinazione dell'orario di lavoro.
 Il terzo motivo, perciò è fondato, e deve essere accolto.
La sentenza deve essere cassata in relazione ad esso, e la causa rimessa, per un nuovo esame da compiere alla luce dei principi affermati in questa motivazione, alla Corte d'Appello di Catania, che provvederà anche alla regolamentazione delle spese di questa fase di legittimità.
P.Q.M.


la Corte accoglie il terzo motivo di impugnazione, rigettati i primi due, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto, e rinvia, anche per le spese, alla Corte d'Appello di Catania.
(omissis)

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