Problemi applicativi a seguito della introduzione del contributo unificato per i ricorsi avverso le sanzioni amministrative per violazioni al Codice della Strada

Con l'approvazione della Legge finanziaria 2010, a pochi giorni dalla fine dell'anno, il governo ha ritenuto di assoggettare i ricorsi avverso le sanzioni del Codice della Strada al...

10 Gennaio 2010 - 11:01

Con l’approvazione della Legge finanziaria 2010, a pochi giorni dalla fine dell’anno, il governo ha ritenuto di assoggettare i ricorsi avverso le sanzioni del Codice della Strada al pagamento del contributo unificato e della marca a rimborso forfettario delle spese processuali; la novità normativa è stata introdotta modificando il D.P.R. 115/2002 che disciplina le spese di giustizia ed ha decorrenza dal 1° gennaio 2010.

L’applicazione concreta dà origine a diversi problemi, evidentemente trascurati da un legislatore frettoloso e preoccupato soprattutto da altre esigenze di bilancio.

La norma non prevede una misura ordinaria del contributo, limitandosi ad affermare che i ricorsi ex art. 23 della legge 689/81 sono assoggettati al contributo unificato. Si tratta, quindi, di un rinvio alla disciplina ordinaria di detto contributo, rapportato al valore della causa; se tale riferimento appare lineare e chiaro per i giudizi ordinari, nei quali il valore della causa deriva dalla domanda così come risultante dalle conclusioni dell’attore, non altrettanto si può affermare per i ricorsi ex legge 689/81.

Di regola detti ricorsi si oppongono sia ad una ingiunzione prefettizia (che esprime un preciso valore) sia, più frequentemente, ad un verbale di accertamento di una violazione al Codice della Strada. In tali ultimi casi il valore dovrebbe essere rinvenuto nell’importo della sanzione indicato nel verbale stesso. Tale importo corrisponde, di solito, al minimo edittale previsto dalla norma di cui si assume la violazione (in caso di accertamento differito a tale importo sono aggiunte le spese di accertamento e notifica).

Ma non in tutti i casi ciò è facilmente riscontrabile.

E’ noto, ad esempio, che la Cassazione ha ritenuto ammissibile il ricorso del conducente([1]) ai soli fini della applicazione della sanzione speciale della decurtazione dei punti dalla patente; in tal caso qual è il valore della causa?

La prima risposta è, secondo logica, che la causa è di valore indeterminabile, in quanto i punti della patente non hanno una valenza traducibile in numero. Tale interpretazione comporterebbe l’applicazione del contributo unificato nella misura di € 170,00 (importo previsto per i giudizi ordinari di valore indeterminabile).

Analogamente, a quali conclusioni si dovrebbe giungere in materia di ricorso avverso il provvedimento prefettizio di sospensione della patente e di ordine a sottoporsi a visita medica, a seguito di contestazione della guida in stato di ebbrezza (art. 186 C.d.S.) o anche di guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti (art. 187 C.d.S.)?. Tali ricorsi sono di competenza del Giudice di Pace, perché così dispone l’ultimo comma dell’art. 223 C.d.S. che rimanda all’art. 205 C.d.S..

Il sito del Ministero (www.giustizia.it), nella parte riservata ai servizi on line, fornisce esplicitamente l’indicazione al versamento di € 170,00 per tutti quei ricorsi che si oppongono ad atti di valore indeterminabile e, al momento attuale, non si può fare altro che prenderne atto.

Tuttavia non si può fare a meno di osservare che la richiesta dell’importo di € 170,00 + € 8,00, corrispondente al valore indeterminabile, appare particolarmente onerosa e verrebbe in concreto a pregiudicare la possibilità stessa di difendersi, con evidenti e significativi effetti lesivi del diritto costituzionale di cui all’art. 24 Cost. In tal senso la stessa Corte costituzionale (con la sentenza n. 98 del 10/18 marzo 2004 riportata alla nota 3) pose in rilievo la struttura semplificata del procedimento ex legge 689/81 e la non opportunità di gravare tale giudizio di oneri che rendano in concreto difficile l’accesso alla giustizia.

In ordine al provvedimento prefettizio, conseguente alla contestazione della guida in stato di ebbrezza, si potrebbe argomentare sulla natura cautelare del provvedimento([2]) per applicare al ricorso la normativa dei provvedimenti cautelari (che prevedono per le cause di valore indeterminabile il contributo di € 35,00 + la marca da € 8,00). Ciò renderebbe abbastanza coerente il trattamento tributario di ricorsi, per così dire, ordinari e ricorsi nei quali non si può approdare alla determinazione di un valore pecuniario della causa.

Si tratta, tuttavia, di una interpretazione, in quanto i procedimenti cautelari sono previsti dal codice di rito per un ricorrente che chiede al Giudice la emissione di un provvedimento provvisorio e destinato a conservare il bene oggetto di prossimo giudizio e suscettibile, nelle more della celebrazione del processo, del rischio di effetti negativi; nell’ipotesi di cui ai ricorsi ex art. 23 legge 689/81 si tratta, più esattamente, di ricorsi in opposizione avverso provvedimenti cautelari già adottati.

La Cassazione ha affermato che, per tutto quanto non previsto nella legge 689/81, si deve ritenere che ai giudizi così proposti debbano applicarsi le norme dettate per il giudizio civile ordinario. Tuttavia tale argomento conduce alla conclusione che i ricorsi ex legge 689/81 sono giudizi di impugnazione, rectius di opposizione, che potrebbero essere assimilati alle opposizioni all’esecuzione di cui agli artt. 615 e 617 c.p.c.. La Cassazione, peraltro, ha sempre distinto le due azioni, ritenendole non confondibili fra di loro; non si può fare a meno di rilevare che tutto l’impianto del rito di cui alla legge 689/81 appare improntato alla massima specialità (si vedano le norme dettate ai fini delle modalità di proposizione, della documentazione da produrre, dei termini a comparire, degli obblighi dell’ufficio, dei poteri officiosi del Giudice, della ripartizione di competenza ratione materiae, della nullità della sentenza se del dispositivo non viene data lettura in udienza alla fine della discussione).

L’introduzione del ricorso con il rito di cui alla legge 689/81 vincola il Giudice all’osservanza di tutto quanto in via speciale sancito nella predetta legge, incluso l’obbligo di attenersi ai vizi denunciati dal ricorrente, alla causa petendi dallo stesso introdotta ed al relativo petitum (“annulla-conferma” la pretesa sanzionatoria).

L’opposizione ex art. 615 c.p.c., al contrario, si propone con citazione ad udienza fissa, dinanzi al Giudice competente per il giudizio ordinario e nei limiti della competenza per valore. L’attore deve provvedere alle notifiche ed all’iscrizione a ruolo; l’onere della prova incombe sull’opponente e il Giudice potrà emettere una sentenza che accerterà e dichiarerà se il creditore aveva o meno il diritto di procedere in via esecutiva. Se si dovesse ritenere per analogia che il rito di cui alla legge 689/81 sia simile a quello di opposizione all’esecuzione, il provvedimento in tema di sanzioni amministrative non sarebbe più “annulla la pretesa” (tipico provvedimento con valore ex tunc), bensì “dichiara non dovuta la sanzione, in tutto o in parte” (tipico provvedimento con valore ex nunc, cioè fondato sul presupposto della legittimità originaria della pretesa ma della sua successiva estinzione per accertamento dell’autorità giudiziaria).

Da ultimo potrebbe essere esaminata l’ipotesi di assimilare il ricorso ex art. 23 della legge 689/81 ad un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo. A favore di detta tesi si può richiamare la natura di atto di opposizione a un provvedimento già adottato, nonché la natura del provvedimento del Giudice (accoglie e quindi annulla, oppure rigetta e quindi conferma); anche la natura funzionale e inderogabile della competenza sosterrebbe l’ipotesi. La misura del contributo sarebbe, in tal caso, ridotta alla metà dell’importo ordinario (€ 15,00 anziché € 30,00 ) ma non sarebbe disciplinata l’ipotesi dell’opposizione con valore indeterminabile, in quanto un decreto ingiuntivo è sempre suscettibile di valutazione economica.

Analoghi argomenti possono essere svolti per i ricorsi avverso il fermo amministrativo; qualora venga proposto ricorso avverso l’intero verbale, il valore della causa andrà desunto dall’importo della sanzione indicata nel verbale. Ciò non potrà essere applicato in tutte quelle ipotesi in cui la sanzione deve essere determinata successivamente dal Prefetto.

Si ponga attenzione alla situazione concreta nella quale il ricorrente (ad esempio, società di trasporto di merci) pur non contestando il fatto in sé, chieda la temporanea sospensione del provvedimento per poter effettuare la consegna delle merci contenute nel veicolo assoggettato a fermo; quale criterio adottare per determinate il valore della causa ai soli fini del contributo?

Da ultimo va esaminato un quesito immediato, relativo alla data di proposizione del ricorso inviato tramite posta. Quale trattamento applicare ad un ricorso spedito anteriormente al 1° gennaio 2010 e pervenuto all’ufficio dopo detta data?

Va osservato che la modalità ordinaria di proposizione di qualsiasi domanda giudiziaria è il suo deposito presso la cancelleria: in detti casi è chiaramente la data di presentazione allo sportello quella che determinata l’applicazione della normativa.

L’inoltro tramite servizio postale è stato reso legittimo a seguito di pronuncia della Corte costituzionale n. 98 del 10/18 marzo 2004 ([3]).

Tale sentenza si è pronunciata solo sbrigativamente sugli effetti della presentazione, in ordine alla tempestività del ricorso entro sessanta giorni dalla notifica del verbale. Non possono trovare applicazione al caso de quo le norme che dispongono, ad esempio in materia di partecipazione a concorsi, la validità della data di spedizione; in tali casi le norme sono esplicite e il solo fatto che si senta il bisogno di renderle evidenti conduce a ritenere che si tratti di disciplina di carattere speciale.

Allo stesso modo non è il caso di richiamarsi alle pronunce della Corte costituzionale in materia di effetti per il notificante e per il destinatario; anche in tal caso si tratta di situazioni peculiari per le quali sono intervenute pronunce specifiche e inoltre, nel caso che ci occupa, si controverte in materia di deposito di domanda giudiziaria e non di notifica di atti.

Per il solo ricorso in Cassazione esiste la norma di cui all’art. 134 disp.att. c.p.c. ed anche in questo caso si tratta di norma di carattere speciale. Di regola il deposito di atti deve pervenire alla Cancelleria nel termine previsto dalla norma; la data di deposito coincide con quella in cui l’ufficio ne ha conoscenza. Non esiste alcuna norma che disponga, in materia di proposizione di domanda giudiziaria, che la data di deposito debba coincidere con quella di spedizione. Né tale norma è rinvenibile per analogia.

Là dove una simile disposizione esiste si tratta, senza alcun dubbio, di norme speciali, e per ciò stesso non suscettibili di applicazione analogica. Si impone un chiarimento ministeriale che riveste carattere di urgenza.

Fonte – altalex

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