Perugia – Tassa sui passi carrabili a Perugia, la Corte di Cassazione risolse il problema anni fa

Per quelli a raso non è dovuta la Tosap, solo e se il proprietario richiede l'apposizione di un divieto di sosta, per evitare l'ingombro del passaggio alla sua proprietà, potrebbe essere ...

7 aprile 2010 - 15:35

Per quelli a raso non è dovuta la Tosap, solo e se il proprietario richiede l'apposizione di un divieto di sosta, per evitare l'ingombro del passaggio alla sua proprietà, potrebbe essere ammissibile il pagamento di un diritto al Comune

La vicenda delle migliaia di cartelle esattoriali arrivate a cittadini perugini e con le quali si intima di corrispondere una bella sommetta per i così detti passi carrabili potrebbe essere in primo luogo un grosso infortunio di tipo giuridico probabilmente causato dalla inesperienza di alcuni e della poco accortezza di altri.
Tra quest'ultimi quanti avrebbero esposto in bella vista cartelli di divieto di sosta per “proteggere” il loro “passo”

La vicenda dei passi carrabili si può far risalire a molti anni fa quando la questione ebbe una soluzione a “lume di logica e di diritto”.
Pretendere che tutti si ricordino di quella sentenza è forse troppo, ma su di essa la Corte di Cassazione c'è tornata nel 2007 e questo anno è così vicino che ritrovare il documento non dovrebbe essere molto difficile.

Addirittura poco più di due anni fa una organizzazione dei consumatori si spinse a scrivere che “Per la tassa o tariffa sui passi carrabili bisognerebbe denunciare per abuso di potere ed estorsione tutti i sindaci che fanno i furbi per racimolare un pò di soldi in più ed alimentare le ruberie pubbliche, intasando di lavoro anche i giudici.”

Questo dopo che la Corte di Cassazione con sentenza n. 16733/2007 ebbe a ribadire che i passi carrabili a raso non sono soggetti a tassa o tariffa:
La suprema Corte ha anche stabilito cosa debba essere il passo a raso, quello cioé senza taglio di marciapiede, listoni delimitativi o altre opere, che quindi “non determina un'occupazione visibile del suolo pubblico”, dato che “manca qualsiasi opera o manufatto realizzato su suolo pubblico”, e che “non presenta interruzioni sul marciapiede o modifiche del piano stradale che permettano, al proprietario dell'accesso, una posizione ed un uso diverso del marciapiede da quello di cui può fruire tutta la collettività”.

 

Peraltro, l'articolo 44 del decreto legislativo n. 507/1993 definisce i passi carrabili “quei manufatti costituiti generalmente da listoni di pietra o altro materiale o da appositi intervalli lasciati nei marciapiedi o, comunque, da una modifica del piano stradale intesa a facilitare l'accesso dei veicoli alla proprietà privata”.

I Comuni hanno pensato di aggirare l'ostacolo con l'articolo 22 del Codice della strada, il quale ha stabilito che “i passi carrabili devono essere individuati con l'apposito segnale, previa autorizzazione dell'ente proprietario” della strada, che è quasi sempre il Comune. L'articolo 46 del regolamento del Codice della strada (DPR n. 495/1992) aveva pure ribadito che il “passo carrabile deve essere segnalato mediante l'apposito segnale”, cioè il cartello di divieto di sosta, per il quale si deve pagare un canone annuo.
Ma l'articolo 36 del DPR n. 610/1996 ha successivamente modificato la norma del regolamento del Codice della strada, stabilendo che nei passi a raso il divieto di sosta e il relativo cartello sono subordinati alla richiesta del proprietario.

Per aggirare ulteriormente anche questa norma, alcuni Comuni, secondo Unione Nazionale Consumatori, hanno pensato a una furbata, sguinzagliando i Vigili urbani che fanno firmare ai proprietari dei passi a raso una “richiesta di regolarizzazione” del passo che praticamente è una semplice richiesta del cartello di divieto di sosta, dietro pagamento del relativo canone.

fonte – iltamtam.it

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