Metano da autotrazione: aumenterà dell'82%?

Metano da autotrazione: aumenterà dell'82%? Uno scenario devastante

Uno scenario devastante, se unito a un rincaro del 17,6% del gasolio e del 45% del Gpl. Ma reale, se la UE uniformerà le accise sui carburanti

29 Settembre 2011 - 05:09

Metano: +82%, Gpl: +45%, gasolio: +17,5%. Questo il preoccupante scenario che potrebbe riguardare i prezzi dei carburanti in Italia. L'ha dipinto Guido Rossignoli, direttore generale dell'Anfia (Associazione nazionale fra le industrie automobilistiche), che ha ipotizzato il suo verificarsi se verrà attuata la proposta della Commissione Europea di armonizzare la tassazione sui prodotti energetici portando le accise che gravano su quelli citati allo stesso livello di quelle gravanti sulla benzina, che sono le più elevate. La proposta, che rientra nella direttiva “Energy Taxation” (meglio nota come “Carbon Tax”), secondo gli intendimenti della stessa Commissione dovrebbe concretizzarsi ed entrare in vigore già a partire dal 2013, però con un periodo di transizione di 10 anni, fino al 2023.

CONSEGUENZE DEVASTANTI – Come già anticipato, l'entrata in vigore della direttiva farebbe impennare il prezzo dei carburanti italiani, innescando una “bomba” dagli effetti devastanti sul mondo dell'automobile e sull'intera economia del Paese (lo stesso vale, in varia misura, per altri dell'Unione). Limitandoci all'Italia, un aumento del 17,5% del prezzo del gasolio porterebbe il costo alla pompa di questo carburante a superare di oltre 10 centesimi al litro quello della benzina. Ovviamente, l'aumento si tradurrebbe in una mazzata per il mercato delle vetture diesel. Secondo la stessa Anfia, la percentuale di vetture a gasolio sul totale di quelle immatricolate si ridurrebbe dal 51% del periodo aprile 2010-marzo 2011 al 28% nel 2020. In Francia, un altro Paese dal mercato fortemente “dieselizzato”, tale percentuale si ridurrebbe dal 50%, prevedibile nel 2020 con una tassazione invariata rispetto a oggi, al 30% con l'entrata in vigore del nuovo regime fiscale. In Germania, la quota di mercato del diesel scenderebbe al 21%. Le conseguenze sarebbero ovviamente altrettanto pesanti, o forse anche di più, anche per le vetture alimentate a gas o benzina/gas, le cui vendite crollerebbero per colpa delle percorrenze molto maggiori necessarie, con i prezzi dei carburanti gassosi drammaticamente rincarati, a renderle convenienti rispetto ad altri tipi di alimentazione.

PIÙ CO2 NELL'ARIA – Ci sarebbero conseguenze anche sull'ambiente, perché i motori diesel, per merito del loro minor consumo ottenuto grazie ai continui miglioramenti apportati alla produzione, emettono il 20-25% di CO2 in meno rispetto a quelli a benzina (il discorso cambia, ovviamente, per il cosiddetto “particolato”, cioè le polveri sottili), e anche i modelli a gas sono intrinsecamente più puliti. Per effetto della nuova ripartizione delle immatricolazioni tra le vetture con i vari carburanti, è stato calcolato che nel 2020 si avrebbe un aumento delle emissioni di CO2 di 5,1 g/km in Italia e di 4 g/km in Francia.

I GUAI DEI PICCOLI DIESEL – In uno scenario del genere si troverebbero in difficoltà soprattutto le case che producono motori diesel di piccola cilindrata, che nel mondo sono per il 75% europei e targati prevalentemente Fiat, Ford e Peugeot-Citroën. A margine, c'è da dire che i piccoli diesel saranno già penalizzati dalle prossime normative euro 6 (dal 2014) che, per essere rispettate, costringeranno le case a introdurre sulle vetture accorgimenti dal costo non facilmente sostenibile su propulsori di cilindrata contenuta destinati ai modelli di segmento e prezzo medio-basso. Fiat soffrirebbe ancora di più poiché, oltre a vedere scendere le vendite dei suoi modelli con i motori a gasolio MultiJet, verrebbe penalizzata sul mercato italiano dal crollo di quelli a Gpl e a metano, sui quali ha impostato quasi tutto l'appeal “ecologico” e “low cost” (nel senso dell'economia di gestione) della sua gamma.

TIR IN RIVOLTA – Un ulteriore problema sarebbe costituito dal trasporto pesante su gomma, che verrebbe sconvolto da un prezzo del gasolio di 1,7 euro al litro o più, senza contare che ritoccarlo pesantemente significa far aumentare in modo quasi automatico i prezzi delle merci trasportate, cioè tutte o quasi. Il problema del trasporto è, prevalentemente anche se non esclusivamente, un problema italiano, visto che da noi è più alta che in molti altri Paesi la percentuale di merci che viaggia a bordo dei Tir e quasi irrisoria quella che si serve del binario o delle auspicate (ma mai veramente decollate) “autostrade del mare”, anche se va detto che il ritocco delle accise toccherebbe senz'altro anche i carburanti di uso marittimo.

È UNA SEMPLICE PROPOSTA – A fronte di scenari che, se si concretizzassero, si prefigurano già ora pesantissimi, c'è da chiedersi quale sia il principio ispiratore di una manovra comunitaria che, uniformando le accise sui prodotti energetici, metterebbe in ginocchio un mercato dell'auto già in affanno e, in generale, vari settori di un'economia europea alle prese con gravissimi problemi di crescita e di indebitamento dei Paesi membri. Intanto, va detto che in un Europa che si dice comunitaria e aspira al mercato unico è logico aspettarsi che il legislatore tenti di uniformare quanto più possibile i vari aspetti nei quali i Paesi differiscono, in particolare quello fiscale. Il tutto, ovviamente, allo scopo di riempire di significati, simbolici ma anche pratici, il termine di “Europa Unita”. Tuttavia, va chiarito che la manovra sulle accise è, allo stato attuale, una semplice proposta, ossia un suggerimento che non è detto si riesca a tramutare in realtà superando le resistenze dei vari Paesi. Anche i tentativi di uniformare l'Iva, del resto, si sono scontrati con le varie “resistenze”, con il risultato che, nonostante gli sforzi, su questo fronte l'Europa procede ancora in ordine sparso. Inoltre c'è da mettere in conto l'opera delle varie lobbies (quella dell'automobile, quella dei petrolieri, quella degli autotrasportatori e così via) che, in Italia e in Europa, certo non subirà le intenzioni di Bruxelles senza reagire accanitamente per difendere i propri interessi.

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