Incidente e omicidio volontario: intervista al professor Manna

La Cassazione condanna per omicidio volontario un moldavo che correva in città. SicurAUTO.it intervista l'avvocato protagonista della sentenza

17 ottobre 2012 - 6:00

Come abbiamo spiegato qui, la Cassazione si pronuncia in materia di incidenti stradali mortali con una sentenza storica: il moldavo che causò il sinistro in cui, nel 2009, perse la vita un 20enne, sapeva di poter uccidere con una guida pericolosissima, e quindi l'omicidio va ritenuto volontario. Non si applica il solito omicidio colposo, dovuto cioè a imprudenza. Una vittoria del legale della famiglia Trivigno, il professore ordinario di diritto penale all'Università di Foggia, Avv. Adelmo Manna.

Professor Manna, cosa accadde quella notte?
“Il 18 luglio 2009, a Roma, il moldavo allora 23enne I. V., a bordo di un furgone Fiat Scudo rubato, impattò contro l'auto sulla quale viaggiavano il 20enne Rocco Trivigno, morto sul colpo, la sorella Valentina, 22 anni, e il 25enne Nicola. Il moldavo venne condannato a 16 anni di carcere per omicidio volontario e lesioni gravissime. Il pirata della strada viaggiava a oltre 110 km/h in città e stava tentando di sottrarsi a un controllo della Polizia (che aveva ingaggiato un inseguimento con tutti i crismi di legge), attraversò 14 incroci, di cui 10 con il semaforo rosso, non rallentando mai, e all'intersezione tra via Nomentana e viale Regina Margherita travolse la Citroën C3 con a bordo i tre giovani, sbalzandola in aria e facendola finire con violenza contro un palo della luce. Il moldavo guidava un mezzo rubato, che trasportava merce rubata, e dopo aver provocato la tragedia, aveva provato a scappare”.

Questa la prima sentenza, e poi?
“Il difensore del moldavo fa ricorso in appello e la pena scende da 16 a 8 anni, perché viene riconosciuto l'omicidio colposo, per imprudenza. Sicché, scatta il ricorso della famiglia del Procuratore generale, per cui nel 2011 in Cassazione, la I Sezione penale riconosce il dolo eventuale: il moldavo sapeva di poter uccidere”. E questa è la prima sentenza della Cassazione, cui farà seguito un'altra, per un ricorso basato su altri motivi, come vedremo più avanti.

Dopodiché?
“Si arriva in appello, in sede di rinvio, che fissa in oltre 15 gli anni della pena. Altro ricorso (46120/2011) del difensore del moldavo, Prof. Avv. Gianzi, ed ecco che si giunge alla seconda sentenza della Cassazione, Quinta penale, di cui si sa, allo stato, solo il dispositivo: la sentenza infatti non è stata ancora depositata. Viene resa definitiva la sentenza della corte d'assise d'Appello di Roma, che ha condannato il moldavo a oltre 15 anni di detenzione, riconoscendo la natura dolosa – e non colposa – del reato. V. sapeva che quella corsa pazzesca sarebbe potuta finire in tragedia, era perfettamente consapevole che a oltre 110 all'ora in città col rosso poteva ammazzare e ne ha, quindi, accettato il rischio.

Dunque, due sentenze della Cassazione. Perché quest'ultima è così importante?
“Perché per la prima volta in materia di incidenti stradali il reato commesso viene qualificato come a titolo di 'dolo eventuale', spezzando la consuetudine secondo la quale questo tipo di reato viene classificato come colposo. Sono contento di aver contribuito in maniera rilevante a queste due sentenze in particolare della Suprema corte. Non è certo una questione di 'vendetta': si tratta, invece, di aver ottenuto il riconoscimento dell'esatto titolo di responsabilità penale, commisurato alla gravità del reato commesso”.

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