Il reato di guida in stato di ebbrezza, alla luce della più recente prassi e giurisprudenza

L'art. 140 del nuovo codice della strada - in quanto principio informatore della circolazione − esordisce stabilendo che "gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non...

20 febbraio 2006 - 10:19

L'art. 140 del nuovo codice della strada – in quanto principio informatore della circolazione − esordisce stabilendo che “gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale” e, ancora, che “i singoli comportamenti, oltre quanto già previsto nei precedenti titoli, sono fissati dalle norme che seguono”: tra queste, quella prevista dall'art. 186 che reca, per l'appunto, guida sotto l'influenza dell'alcool. Tale norma, nella scelta regolamentatrice ed attuatrice del legislatore, è conformata al principio inderogabile sancito dall'art. 1 del nuovo codice della strada ovvero, quello secondo il quale “la sicurezza delle persone, nella circolazione stradale, rientra tra le finalità primarie di ordine sociale ed economico perseguite dallo Stato” e, in tal senso, che “le norme e i provvedimenti attuativi si ispirano al principio della sicurezza stradale”. Tale principio comporta l'esigenza di dar vita ad una serie di regole di condotta atte a limitare il verificarsi dei sinistri stradali, se non altro, in misura non ultronea rispetto a quella statisticamente evidenziata in apertura delle “Linee guida per la redazione dei piani della sicurezza stradale urbana” ( ), di cui alla Circolare Min. LL.PP. 8 gennaio 2001, n. 3698. Non a caso, nella su menzionata circolare ministeriale è stato fatto rilevare che circa il 5% dei morti sono causati da alterate condizioni dello stato psicofisico del conducente, e che le principali cause sulle quali è possibile intervenire sono la guida in stato d'ebbrezza, l'assunzione di stupefacenti e medicinali e il colpo di sonno. Ancora, che il numero di morti e feriti a causa della guida in stato di ebbrezza è pari, secondo le statistiche ufficiali, a poco più dell'1% del numero totale degli incidentati. Ciò che più conta, prosegue la circolare suddetta, tale dato è notevolmente sottostimato ed è indicatore della scarsa sensibilità al problema in Italia. Infatti il problema reale che si pone all'attenzione del legislatore ma, più che mai, all'attenzione degli organi di polizia stradale e, più specificatamente, a chi svolge servizi di polizia locale, è la “cultura dell'alcool” che sottende un così grave fenomeno. Si tratta, cioè, di superare dei luoghi comuni, quale il comune sentire l'alcool come una bevanda di compagnia, come un “carburante del corpo e dello spirito”, se non il combustibile che incendia, irreparabilmente, il cervello. Non a caso, sempre nelle richiamate “linee guida”, si sottolinea l'esigenza di operare su strada per ottenere una rilevante riduzione del fenomeno, realizzando dei frequenti controlli del tasso alcolemico nei conducenti da parte delle forze di polizia, da attuarsi prevalentemente nelle ore notturne, nei giorni festivi e controllando soprattutto i guidatori più giovani indipendentemente dalle infrazioni compiute. Il controllo dello stato alcolemico dovrebbe poi associarsi a quello dell'assunzione di sostanze stupefacenti e medicinali che possono alterare le capacità di guida. Ebbene, qualunque organo di polizia stradale − almeno sino ad oggi − ha avuto la sensazione che l'attività di controllo dei conducenti di veicoli, finalizzata all'accertamento della contravvenzione di guida in stato di ebbrezza alcolica, sia stata assai blanda; non da meno, che i risultati poi ottenuti − almeno a livello di prassi e di giurisprudenza di merito − siano stati assai poco edificanti. Del resto, nel previgente codice del '59 (probabilmente anche per una più radicata “cultura dell'alcool”) l'accertamento della guida in stato di ebbrezza avveniva, per lo più, per via sintomatica. In tal senso, il pretore dell'epoca non sembrava essere così disposto a dare eccessivo credito alla valutazione dell'organo di polizia stradale, in quanto espressione di una mera interpretazione di un comportamento altrui che, in buona sostanza, doveva − come deve − convincere adeguatamente quel giudice. Oggi, sembra esserci stato un vero e proprio cambio di tendenza, anche grazie all'ausilio offerto dalla tecnica. Questa, quindi, è l'occasione per commentare assieme, non solo la recente Direttiva del Ministero dell'Interno dello scorso 29 dicembre, inerente l'impiego di strumenti di accertamento finalizzati alla verifica dello stato di ebbrezza alcolica e di alterazione psico-fisica correlata all'uso di sostanze stupefacenti o psicotrope ( ) ma, in “combinato disposto” (se mi si può passare l'infelice, ma suggestivo inciso), le quanto mai interessanti sentenze della Cassazione del 16 giugno 2005, nn. 22594 e 22599 ( ).

1. DIRETTIVA DEL MINISTERO DELL'INTERNO N. 300/A/1/42175/109/42 DEL 29 DICEMBRE 2005 ([1]) IN TEMA DI GUIDA IN STATO DI EBBREZZA

Come già detto, la su menzionata direttiva fornisce indicazioni precise circa l'uso di strumenti per l'accertamento della contravvenzione prevista dall'art. 186 del nuovo codice della strada, come modificato dal d.L. 27.06.2003, n. 151, convertito, con modificazioni, nella coeva Legge n. 214.

Detta direttiva, è importante non solo per la capacità di uniformare l'agire pubblico su tutto il territorio nazionale ma, non da meno, per non lasciare gli organi di polizia stradale sprovvisti di autorevole ed osservabile provvedimento atto a limitare eventuali danni che potrebbero derivare dall'attività di accertamento e di controllo dei conducenti di veicoli.

Infatti, se da un lato il contenuto della direttiva su menzionata può apparire persino banale, per altro verso, tale ordine inderogabile − salvo giusta causa − pone l'organo dell'accertamento nella condizione di non rispondere personalmente e direttamente del suo operato.

Ne consegue anche, che l'eventuale inosservanza di tale direttiva da parte dell'organo accertatore, pone quest'ultimo nella condizione di rispondere direttamente del suo operato, financo al risarcimento del danno ingiusto eventualmente procurato al soggetto controllato.

Ecco che è quindi raccomandabile prendere visione della direttiva suddetta, osservandola scrupolosamente, in ogni suo aspetto.

Intanto, è stato chiarito che la struttura portante dell'art. 186 del codice non è stata modificata: pertanto, continua a rispondere del reato de quo colui che si pone alla guida del veicolo in stato di ebbrezza ovvero, ancorché non ebbro, ma sottoposto comunque ad accertamenti sulla condizione del suo stato psico-fisico in potenziale alterazione alcolica, rifiuta gli accertamenti medesimi, sia nella forma preliminare, sia nella forma definitiva (tramite etilometro ovvero esame clinico).

Ciò che rileva, invece, ai fini di una lettura coerente della direttiva su menzionata, sono le modifiche che il d.L. 151/03 ha apportato ai commi 3 e 4 dell'art. 186 più volte menzionato e cioè la possibilità che è stata data all'organo di polizia di imporre al conducente accertamenti circa la presenza di alcool nel sangue, anche in assenza di evidenti indici sintomatici.

1.1 Gli accertamenti preliminari

Come già detto, le linee guida di cui alla su menzionata Circ. Min. LL.PP. 3698/2001, già raccomandavano un controllo sistematico dei conducenti di veicoli, soprattutto relativamente a quei luoghi frequentati da giovani e più idonei a determinare socialmente la diffusione e l'uso delle sostanze alcoliche e, non da meno, delle sostanze stupefacenti e/o psicotrope.

Con i c.d. accertamenti preliminari (art. 186, comma 3, cod. str.) la polizia stradale può acquisire elementi utili per motivare l'obbligo di sottoporre a controllo etilometrico il conducente sospettato di avere ingerito un quantitativo di alcool superiore a quello consentito dalla legge. E' chiaro, che tali accertamenti non possono consistere in esami clinici o di laboratorio sul sangue prelevato al conducente, sia pure in presenza di personale medico opportunamente attrezzato con laboratori mobili.

Come già detto, il conducente non può rifiutarsi di sottoporsi a tali accertamenti preliminari e, laddove ciò accada, lo stesso è da denunciare all'A.G. per il reato previsto e punito dall'art. 186, comma 2 del codice.

Detti accertamenti preliminari possono consistere sia in vere e proprie prove comportamentali (stare in equilibrio su di un piede, portarsi l'indice al naso, seguire una linea continua per un certo tratto, ecc.), sia in prove tecniche a mezzo strumenti portatili in grado di rilevare la presenza di alcool ([2]), senza che ciò si accompagni alla quantificazione del relativo valore.

All'esito positivo delle suddette prove, il soggetto è invitato a sottoporsi ad esame etilometrico a mezzo strumento omologato che può essere immediatamente reperibile sul posto, ovvero reperibile in altra sede, o presso altro organo di polizia. Ne consegue, che se da un lato la polizia stradale può accompagnare il soggetto presso la diversa struttura ove è possibile utilizzare l'etilometro, dall'altro lato, detto soggetto può rifiutare di sottoporsi all'accertamento, incorrendo con ciò nelle sanzioni previste al comma 7 dell'art. 186 del codice ([3]).

Va da sé − ma questo è un punto chiave della direttiva − che il conducente che deve essere sottoposto ad esame previo accompagnamento deve raggiungere tale luogo a bordo dell'auto di servizio mentre, il veicolo da lui precedentemente condotto, deve essere affidato ad altra persona idonea ovvero, in mancanza, deve essere fatto stazionare, in condizioni di sicurezza, nel luogo in cui è stato effettuato il controllo ovvero presso altro luogo indicato dal conducente, con spese di trasporto a carico di quest'ultimo.

Va quindi detto, che l'accertamento preliminare non è obbligatorio − ma comunque resta raccomandato − ogni qualvolta avviene un sinistro stradale e, indipendentemente dalle condizioni psico-fisiche delle parti coinvolte, si renda necessario sottoporle ad esame etilometrico.

1.2 Accertamenti presso strutture sanitarie

Sempre in caso di incidente stradale, il comma 5 dell'art. 186 del codice prevede che il conducente rimasto ferito e sottoposto a cure mediche, previa richiesta dell'organo di polizia stradale, possa essere sottoposto ad accertamento del tasso alcolimetrico, a mezzo di etilometro, oppure con le metodologie cliniche ed analitiche in uso alla struttura sanitaria o, ancora, mediante parametrazione dei liquidi biologici e, infine e previo consenso dell'interessato, mediante la determinazione del tasso alcolimetrico rilevato direttamente su di un campione di sangue.

Sul piano operativo, va subito detto che nella Direttiva si prevede che tra organo di polizia e direzione sanitaria, sia intercorse delle intese preventive finalizzate a stabilire le metodiche di accertamento della guida in stato di ebbrezza. Ad ogni buon conto, le eventuali richieste di sottoposizione ad analisi, debbono essere conformate alle procedure ed alla modulistica allegata alla citata Direttiva (All. 2 e 3).

Peraltro, è opportuno segnalare che secondo la recente Sentenza della Corte di Cassazione Penale 16 giugno 2005, n. 22599, l'eventuale assunzione di liquido ematico assunto per meri scopi clinici e quindi, utilizzato anche per accertamenti ematici finalizzati all'accertamento del tasso alcolemico nel sangue, non rientra nell'ambito dei c.d. trattamenti sanitari, non mette in pericolo né la salute, né la dignità della persona e dunque, non necessita di alcun previo consenso da parte dell'interessato.

Diversamente, e solo allorquando il prelievo ematico avviene al di fuori di protocolli medici di pronto soccorso, l'eventuale mancanza del consenso della parte interessata e dunque, non reso necessario ai fini sanitari, rende la prova inutilizzabile ex art. 191 c.p.p. per violazione dell'art. 13 della Costituzione.

1.3 Aspetti procedurali e attività di p.g. e rapporto con il “reato amministrativo” di ubriachezza manifesta

Preliminarmente, va ricordata e riconfermata la competenza del Tribunale a decidere in merito alla contravvenzione di guida in stato di ebbrezza di cui all'art. 186 del nuovo codice della strada.

Ciò detto, la direttiva di cui più volte si è detto, ha chiarito che sia gli accertamenti etilometrici, sia gli accertamenti clinici, sono da ritenere atti di p.g. urgenti ed indefettibili e, come tali, riconducibili a quelli genericamente individuati dall'art. 354, comma 3 del c.p.p. Ne consegue che:

– la persona sottoposta ad accertamento deve essere informata a mezzo verbale (All. 5 o 6) sulla possibilità di essere assistita da proprio difensore, che ha facoltà di presenziare alle operazioni, se immediatamente reperibile e senza obbligo alcuno per la p.g. di provvedere al suo preventivo avvisto (art. 356 c.p.p.; art. 114 disp. Att.);

– deve essere redatto verbale (All. 4) che documenti la dichiarazione/elezione del domicilio (art. 349 c.p.p.) ed eventuale nomina di difensore di fiducia, nonché eventuale autorizzazione di affidamento del veicolo a persona idonea;

– deve essere redatto verbale (All. 5 o 6) che documenti l'operazione di accertamento svolta.

Tali verbali e relative pezze d'appoggio, devono essere depositati entro il terzo giorno successivo all'accertamento, presso la cancelleria del P.M., affinché del deposito sia dato avviso al difensore nominato (art. 366 c.p.p.).

Per chiudere, val la pena quindi di richiamare l'attenzione del lettore sul contenuto della recente Sentenza della Cassazione Penale 16 giugno 2005, n. 22594, con la quale è stato affermato il reato amministrativo di cui all'art. 688 del c.p. non sussiste, nell'ipotesi in cui il conducente manifesti l'ubriachezza all'interno dell'abitacolo della propria autovettura, senza che quindi ciò avvenga in luogo pubblico o aperto al pubblico, ma, più precisamente, in luogo esposto al pubblico.

La sentenza su richiamata pone questo interprete nella condizione di ricordare che l'art. 688 del c.p. è stato depenalizzato dall'art. 54 del d.Lgs. 30 dicembre 1999, n. 507, riconoscendo alla medesima fattispecie contravvenzionale un rilievo sociale secondario, rispetto alla fattispecie prevista dall'art. 186 che resta, invece, penalmente rilevante, anche nella forma della ubriachezza non manifesta, qual è appunto l'ebbrezza alcolica.

Infatti, se da un lato l'art. 688 c.p. tende a prevenire un fenomeno di manifesto disagio sociale, qual'è l'alcolismo, l'art. 186 del nuovo codice della strada va a tutelare direttamente il bene della vita che può essere concretamente minacciata da un soggetto ebbro che si pone alla guida di un veicolo.

Ciò non toglie, che il momento dell'accertamento segna e disegna una diversa collocazione delle fattispecie su richiamate, giacché l'ubriachezza manifesta che prosegue ben oltre e ben al di là dell'atto di accertamento di conduzione di veicolo in stato di ebbrezza (dunque, allorché il conducente scende dal veicolo e manifesta all'esterno dello stesso il suo stato) determina l'ulteriore accertamento dell'illecito amministrativo di cui all'art. 688 del c.p. che, di per sé, a parere di chi scrive, non va connesso (art. 24 l. 689/81) − in questo caso − all'art. 186 del nuovo codice della strada, in quanto successivo all'accertamento del reato. Diversamente, se dall'accertamento del reato amministrativo da ultimo citato deriva poi l'accertamento della guida in stato di ebbrezza (magari, perché l'ubriaco dopo essere uscito dal bar palesando il suo stato, si pone alla guida del veicolo sino a quando l'organo di polizia non è in grado di fermarlo), la violazione amministrativa è comunicata al giudice naturale affinché, in sede di eventuale condanna, applichi pure, in connessione, la sanzione prevista per la violazione all'art. 688 c.p., laddove già non corrisposta, in via breve, dal trasgressore.

2. USO DI SOSTANZE STUPEFACENTI E/O PSICOTROPE NELLA CONDUZIONE DI VEICOLI

Come già detto, si vuol portare avanti, adesso, solo un accenno alla alterazione che producono le sostanze stupefacenti e/o psicotrope nel conducente di veicolo e quindi, alle eventuali incombenze che ne possono derivare, giacché sostanzialmente tali conseguenze sono assimilabili a quelle previste nel caso di guida in stato di ebbrezza alcolica.

Intanto, è utile segnalare che nel caso di conduzione di veicolo sotto l'influenza di tali sostanze, non è dato di rilevare all'organo accertatore la condizione di alterazione psicofisica del conducente, ma tale accertamento sembra essere riservata esclusivamente al personale sanitario.

Piuttosto, l'organo di polizia può eseguire degli screening non invasivi (che non possono essere considerati fonte di prova, ancorché da documentare e da inserire nel fascicolo del P.M.), utili a motivare un eventuale ordine di sottoposizione ad accertamento più accurato, da svolgere, necessariamente, presso una struttura ospedaliera o sanitaria.

Tali accertamenti preliminari, giacché consistono in prove effettuate su campioni di saliva, urina, sudore, ecc. comportano, per la loro esecuzione, la previa autorizzazione del soggetto controllato; anche in questo caso, l'eventuale rifiuto è punito ai sensi dell'art. 187, comma 8, del nuovo codice della strada. Ad ogni buon conto chiarisce la circolare di cui si discute che gli strumenti utilizzati per gli accertamenti preliminari, ancorché non destinati a formare prova, debbono essere comunque immessi in commercio in conformità di quanto previsto dal d.Lgs. 8 settembre 2000, n. 332, in ragione di quanto previsto dalla Dir. n. 98/78/CE in tema di dispositivi medico-diagnostici in vitro, ovvero, in mancanza, approvati dal Ministero della Salute: fatto assai rilevante, questo, giacché gli organi di polizia stradale debbono previamente verificare che su tali dispositivi siano riportati gli estremi della approvazione suddetta ed in tal senso, che siano rispettate le relative modalità di installazione e di impiego indicate sui manuali d'uso.

Come per la guida in stato di ebbrezza, all'esito positivo dell'accertamento preliminare, l'organo di polizia è autorizzato ad accompagnare − senza particolari formalità documentali − il soggetto presso idonea struttura sanitaria, senza che vi sia obbligo per il soggetto controllato di adempiere all'ordine impartito, ma incorrendo così nelle pene di legge.

La richiesta di accertamento sanitario, invece, va documentata dall'organo di polizia e, laddove siano previsti più prelievi biologici, il rifiuto relativo ad uno solo dei diversi prelievi richiesti non comporta l'applicazione delle pene anzidette. In caso di incidente stradale con conseguente trasporto dell'infortunato in ospedale, autorizza ancora l'organo di polizia a richiedere l'accertamento suddetto ([4]).

Se le procedure previste per l'accertamento dei due reati su descritti concordano, relativamente al giudice competente a giudicare, la circolare su menzionata, nel richiamare la nota del Ministero di Grazia e Giustizia del 17 maggio 2004 (All. 7 della circolare), individua questi nel giudice di pace competente per territorio ([5]).

Resta da concludere che non potendo sempre ottenere l'esito degli esami contestualmente all'accertamento del fatto, i tempi previsti per il deposito dei relativi atti nella segreteria del P.M. (tre giorni), decorrerà dal momento in cui tali esiti sono stati portati a conoscenza della p.g.

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[1] Il testo della circolare, comprensivo degli allegati, è scaricabile, in formato pdf, sul sito dell'Associazione Sostenitori e Amici della Polizia Stradale (www.asaps.it).

[2] Tipico, è il c.d. “palloncino”, giacché nei primi strumenti di verifica preliminare, si invitava il conducente a soffiare all'interno di un palloncino e quindi, si provvedeva a svuotare l'aria prelevata in un apposito contenitore a reagente chimico: la variazione di colore era in grado di segnalare la presenza di alcool. Tenuto conto che per tali strumenti non è prevista omologazione, l'utilizzazione degli stessi non è da considerare fonte di prova, ai fini di un eventuale processo. L'uso di tale strumento, al pari dell'esame comportamentale, legittima però il successivo accertamento tecnico a mezzo di strumento omologato (c.d. etilometro).

[3] Nella Direttiva di cui si discute si vuole evidenziare il fatto che la riformulazione dell'art. 186, in tema di “rifiuto”, introduce nuove e diverse ipotesi di reato, che val la pena di ben segnalare all'A.G. in caso di accertamento, ovvero:

– rifiuto di sottoporsi ad accertamento a mezzo etilometro;

– rifiuto di sottoporsi ad accertamento qualitativo;

– rifiuto ad essere accompagnato presso altra struttura

– rifiuto di sottoporsi ad accertamenti clinici presso la struttura ospedaliera che presta le cure mediche.

In tale ultimo caso, se il rifiuto è formulato direttamente al sanitario, quest'ultimo informerà in merito l'organo di polizia.

Va chiarito che in questo caso, il dato comportamentale ovvero le motivazioni che hanno indotto l'organo di polizia a procedere ad accertamento etilometrico risulteranno fondamentali in sede processuali, giacché idonee o inidonee a convincere il giudice in ordine alla sussistenza del fatto contestato. Non da meno, tali dichiarazioni testimoniali qualificate rileveranno comunque anche ai fini della valutazione della sussistenza del fatto documentata dallo scontrino emesso dall'etilometro, giacché resta del tutto evidente, che per il principio del libero convincimento del giudice, questi può anche disattendere l'esito fornito dall'etilometro, ancorché risultante da due determinazioni del tasso alcolimetrico concordanti ed effettuate ad intervallo di cinque minuti, sempre che del suo convincimento fornisca una motivazione logica ed esauriente (cfr. Corte Cass. Sez. IV, 4 maggio 2004, n. 39057).

[4] Anche in questo caso, si configurano quindi, diverse ipotesi di rifiuto:

– rifiuto di sottoposizione ad accertamento preliminare della polizia stradale;

– rifiuto all'accompagnamento presso struttura ospedaliera;

– rifiuto di sottoposizione ad accertamento sanitario presso struttura ospedaliera, su richiesta dell'organo di polizia;

– rifiuto di sottoposizione ad accertamento sanitario richiesto dal sanitario su invito dell'organo di polizia. In quest'ultimo caso, è lo stesso sanitario a documentare il rifiuto opposto, mentre, sulla base di tale documentazione l'organo di polizia stradale procederà alla denuncia.

[5] Di questo fatto, diversamente da una dottrina dominante dell'epoca, ebbi già a dire in un mio scritto pubblicato su Il Centauro, anche in ragione della caratteristica sociale del giudice di pace, rispetto ad un fenomeno che trova molto più spesso le sue ragioni d'essere nel disagio, se non nel disturbo sociale, quando, invece, il reato di guida in stato di ebbrezza è talvolta il segno di una scelta, non troppa rispettosa della incolumità altrui e che individua quindi, sempre a parere di chi scrive, una vera e propria mentalità criminale che fa del diritto alla individualità un diritto superiore, rispetto a quello del diritto della collettività ad essere tutelata dai deleteri effetti dell'individualismo.

Resta evidente il fatto, che in questo caso, non potranno essere applicate pene tendenti a privare la libertà del condannato.

Fonte: Diritto.it

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