I peggiori flop degli ultimi 15 anni

Ecco la classifica dei più grandi insuccessi del mercato dell'auto

1 ottobre 2013 - 15:31

Recita il vecchio adagio che “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Questo principio, nel mondo dell'auto, è vero al 100%. Ogni casa automobilistica è gelosa più che mai di alcuni dati sensibili, uno su tutti il margine di guadagno. Infatti nessun costruttore dichiara quanto gli costa ogni singola auto e quanto è il margine di profitto che vi ricava. Le ipotesi più veritiere stimano un valore compreso tra il 5 e il 15%, a seconda del modello di vettura e del marchio che porta sul cofano, con le dovute eccezioni riguardanti le supercar. Quindi, è facile capire come le Case amino ancor meno parlare dei propri flop, ovvero di tutte quelle auto che non hanno avuto successo sul piano commerciale e che hanno generato una perdita per il marchio.

NON SI SALVA NESSUNO – A ficcare il naso negli “armadi” delle case automobilistiche, andando alla ricerca di scheletri, ha pensato l'Economist, il prestigioso settimanale britannico di informazione economica. La rivista ha radunato i più grandi flop degli ultimi 15 anni, snocciolando numeri precisi e calcolando quanti soldi ha perso il costruttore per ogni modello venduto. Guardando la classifica si scopre che ce n'è per tutti: francesi, inglesi, italiani, tedeschi, nessuno è sprovvisto di qualche ciambella uscita senza i buco.

IL CASO SMART – La prima auto che guida questa poco allegra classifica è stata per tanti anni la più piccola sul mercato, dimostrando che le sue dimensioni sono state inversamente proporzionali al suo insuccesso. Venduta tra il 1997 e il 2006, la prima generazione di Smart è costata alla Mercedes quasi 3,5 miliardi di euro di perdite (4.470 € a pezzo). Il passivo è iniziato sin da subito a causa del prezzo di listino eccessivo e degli adeguamenti necessari per migliorare la stabilità, ma è peggiorato ulteriormente con l'arrivo della ForFour e della serie Roadster.

FIAT E VOLKSWAGEN – Al secondo posto troviamo la Fiat Stilo, prodotta tra il 2001 e il 2009. Questa sfortunata segmento C è costata alla Fiat oltre 2 miliardi di euro, con una perdita per vettura venduta di 2.730 €. L'auto ha avuto diversi problemi di natura elettronica, che era molto evoluta rispetto a quella della precedente Bravo. Scontava inoltre un assemblaggio di bassa qualità e un appeal assolutamente modesto. Sui 2 miliardi di euro si aggirano anche le perdite generate dalla Volkswagen Phaeton, voluta dal padre-padrone del Gruppo VW Ferdinand Piech. Per ogni ammiraglia venduta sono andati in fumo 28.100 €, il prezzo da pagare per aver voluto sfidare BMW e Mercedes sul loro stesso campo.

PEUGEOT E MERCEDES – Altro flop clamoroso è quello della Peugeot 1007, che puntava sull'originalità delle porte scorrevoli, una novità non capita e che alzava clamorosamente il costo finale. Risultato: 1,9 miliardi persi, divisi in 15.380€ per ognuna delle 123.000 auto vendute. Grandi perdite ha generato anche la prima generazione di Mercedes Classe A, nonostante le vendite abbiano superato il milione di unità. In questo caso pesano i costi della mega-campagna di richiamo effettuata dopo il famigerato test dell'alce. Ma il record del passivo maggiore per unità venduta va alla Bugatti Veyron, altro capriccio di Ferdinand Piech. Per ognuna delle 400  unità vendute, Volkswagen ci ha rimesso oltre quattro milioni e mezzo di euro.

1 commento

Bruno
17:40, 1 ottobre 2013

Alcune precisazioni su quanto riporta l'articolo.
In merito al margine di profitto netto bisognerebbe distinguere tra quello che tiene conto dei costi di investimento, progettazione, industrializzazione, ammortamento impianti, pubblicità, campagne di richiamo, ecc e quello strettamente commerciale scorporato dai suddetti costi (prezzo di listino =x; profitto =Y).
A me risulta che il margine di profitto commerciale per le Case, detratti i margini per il concessionario (ridotti molto negli ultimi 20 anni), siano x certi marchi che vendono in tutti i mercati che contano, ben superiori al 15% (e non sto parlando di supercar ma di vetture medie/premium). E' chiaro che queste Case non hanno interesse a sbandierare i loro grandi utili x esemplare venduto se non in sede di bilanci globali di fine anno. Oggi i concessionari di marchi generalisti guadagnano molto poco sulla singola city car o berlina piccola (spesso si tratta di 150-200 euro netti, detratte le varie spese), quindi compensano con le campagne a premio, i pacchetti finanziari e gli incentivi di fine anno. E' evidente che la fetta più grossa del prezzo pagato dal cliente finale va alla Casa madre. Poi vi sono auto o moto che comportano costi di produzione più alti rispetto ad altre concorrenti, ma il prezzo di listino non s può alzare oltre certi limiti per ovvi motivi commerciali. Questo non significa che siano del flop anzi talvolta sono prodotti di qualità superiore. L'indagine dell'Economist mi sembra troppo semplicistica.

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