I ciclisti vittime della strada in tutta Europa

In Italia non ci sono garanzie per i ciclisti ai quali sono negate, di fatto, anche le piste ciclabili. In Europa non va molto meglio, anzi

8 febbraio 2012 - 11:00

Inquinamento ambientale, auto elettriche, mobilità ecosostenibile. Ci stiamo davvero dando da fare per risollevare le sorti del nostro pianeta? I cittadini vengono sempre più spesso invitati a utilizzare i mezzi pubblici o la bicicletta per muoversi all'interno della propria città, al fine di agevolare il traffico e partecipare alla riduzione dell'inquinamento. Però poi i servizi lasciano a desiderare, gli autobus, quando arrivano, sono in ritardo, pieni e sporchi, e le piste ciclabili inesistenti (o ostruite da altri mezzi) comportano un conseguente rischio per la sicurezza stradale di ciclisti, e automobilisti.

MIGLIORARE IL NOSTRO PAESE – Il tema è sicuramente caldo, ma ogni tanto c'è chi decide di affrontarlo, come nel caso del Segretario Generale della Fondazione ANIA, Umberto Guidoni che, prendendo spunto dall'iniziativa del Times a favore della sicurezza stradale dei ciclisti in Gran Bretagna, sostiene l'importanza dei mezzi di comunicazione, delle istituzioni pubbliche e delle associazioni private nella lotta agli incidenti stradali che tragicamente colpiscono il nostro Paese, e non solo. 

SAVE OUR CYCLIST – Si chiama “Save our cyclist” ed è l'iniziativa del Times nata in seguito al tragico incidente stradale di cui è stata vittima una redattrice della rivista stessa, che risulta in coma dal 2009. L'idea è quella di promuovere la sicurezza stradale per i ciclisti, cui diritti troppo spesso non vengono rispettati. Il manifesto della campagna comunica 8 semplici regole che dovrebbero essere rispettate, dalla riqualificazione di strade troppo pericolose per i ciclisti, al limite di velocità che dovrebbe essere imposto all'interno delle aree residenziali, il tutto allo scopo di rendere consapevoli automobilisti e ciclisti dei rischi che si possono correre. Negli ultimi dieci anni, infatti, 27.000 ciclisti sono stati uccisi o gravemente feriti sulle strade della Gran Bretagna, solo nel 2010, le vittime sono state 104.

LA SITUAZIONE ITALIANA – Per quanto riguarda l'Italia, la situazione non è certo migliore, ma questo è ovvio, da noi manca ogni forma di rispetto nei confronti dei pedoni, figuriamoci dei ciclisti, considerati fastidiosi e invadenti. Nel 2010 sono morti addirittura 263 ciclisti (più del doppio della Gran Bretagna) e, negli ultimi dieci anni, il numero di morti è di 2.556. 

UNA CLASSIFICA TRISTE – Una classifica evidenzia quanti siano i ciclisti morti sulle strade europee nel 2010. Al primo posto, sorprendentemente, c'è la Germania, con 462 morti, segue la Polonia (280), l'Italia (263), la Romania (182), la Francia (147), l'Olanda (138) e la Gran Bretagna (104). Insomma, qualche luogo comune sulla sicurezza stradale dei paesi esteri deve essere rivisto.

COME AGIRE – “La presa di posizione della Fondazione ANIA e di altre istituzioni – ha dichiarato Umberto Guidoni – sulla necessità di configurare, in alcuni casi, l'omicidio stradale (sul cui tema si sta facendo una 'lotta' al chi è arrivato prima n.d.r.) ha cominciato a dare i primi risultati. Qualche giorno fa la prima Corte d'Assise e d'Appello di Milano ha condannato a 14 anni per omicidio volontario un uomo che nel 2008, guidando sotto l'effetto di droghe, aveva causato la morte di una giovane di 24 anni (però esiste qualche dubbio sulla validità della sentenza, leggi qui n.d.r.). Si tratta di una sentenza che ha ribaltato quella di primo grado con la quale il guidatore era stato condannato a 4 anni per omicidio colposo. Questo è solo il primo passo nella lotta all'incidentalità stradale. Possiamo vincere questa battaglia solo unendo le forze, facendo sistema e coinvolgendo i media affinché facciano da cassa di risonanza e portino il problema all'attenzione di tutti. Se un grande giornale come il Times ha assunto una presa di posizione, avviando una vera e propria battaglia civile per il rispetto delle regole della strada, sarebbe auspicabile che anche nel nostro Paese venisse avviata una campagna mediatica altrettanto forte”. SicurAUTO è già parte attiva, da quasi 11 anni, di questa battaglia. Ma gli interessi e le gelosie degli altri attori presenti non permette il raggiungimento di un solo obiettivo comune. Peccato.

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