Gli pneumatici fuori uso che fine fanno?

Da alimento della malavita alla trasformazione in materia "prima seconda"

3 luglio 2012 - 7:00

Tra i tanti prodotti giunti a “fine corsa” (e ne potremmo citare a milioni a cominciare dagli elettrodomestici fino alle batterie e i sacchetti di plastica, etc.) gli pneumatici fuori uso (PFU) sono tra le maggiori cause di inquinamento ambientale, sia per l'occupazione illegale di vaste aree di suolo pubblico, sia a causa del diffondersi di malattie dovute dal proliferare di zanzare e altri insetti nelle acque stagnanti all'interno delle carcasse, sia per il rischio incendi e il conseguente diffondersi di diossina. In Italia, tra il 2005 e il 2012, sono state sequestrate ben 1.415 discariche abusive (fonte Legambiente), la maggior parte delle quali concentrate al Sud e chissà quante altre ancora sono in esercizio.

380.000 PFU ALL'ANNO – Tutti gli anni nel nostro Paese circa 380.000 pneumatici dicono “amen”, di questi solo un quarto va in paradiso, ovvero viene riciclato secondo i canoni indicati dall'UE per il recupero della materia prima (definita “prima seconda” perchè non è pura come la materia prima originale). Una metà di questi viene bruciata in modo legale nei forni industriali per la produzione di cemento e l'ultimo quarto? Che fine fa? Viene ingoiato dal fiume nero dei traffici illeciti e delle discariche abusive. Come mai? E' presto detto: un cambio gomme costa mediamente 5/600 euro, in un momento di grave crisi finanziaria (che in realtà ci accompagna da quasi un decennio) per il “signor Rossi”, ogni occasione è buona per tagliare i costi e così, quando gli viene offerto un prodotto nuovo al nero, anche se privo di garanzia (poichè ricostruito in modo poco raccomandabile) ma a metà costo, anche il “signor Rossi” entra a far parte dell'ingranaggio malavitoso e connivente con l'acquisto di quelle gomme che, lì per lì, reputa un affare. L'offerta generata dall'illegalità a volte è estremamente concorrenziale, rispetto alla merce regolarmente fatturata e garantita, tanto da indurre, a volte, l'onesto cittadino (a corto di pecunia) a trasformarsi in complice indiretto delle organizzazioni mafiose. Quegli pneumatici, acquistati in nero, diventano immediatamente “merce fantasma” non tracciabile; quando giungeranno a fine ciclo di vita saranno destinati probabilmente alle discariche abusive. Nel prezzo d'acquisto di uno pneumatico nuovo, infatti, è compresa la quota relativa al recupero e al riciclaggio del materiale esausto: se questa quota non viene pagata, come avviene nei prodotti venduti al nero, è chiaro che il nostro signor Rossi, non avrà contribuito al sistema virtuoso del riciclo e c'è il rischio che il gommista che gli venderà le gomme nuove (vere) non ritiri dei PFU dall'origine incerta.

I BUONI PROPOSITI DI ECOPNEUS – Ecopneus (società senza scopo di lucro, creata nel 2009 da Bridgestone, Continental, Goodyear Dunlop, Marangoni, Michelin e Pirelli per gestire il rintracciamento, la raccolta, il trattamento e la destinazione finale degli pneumatici fuori uso in Italia) ha tenuto recentemente un interessante convegno a Roma presso la Casa del Cinema a Villa Borghese, dove si sono spese tante belle parole e tanti buoni propositi in merito alla “lotta all'illegalità, alla tutela dell'ambiente e alla creazione di nuovi mercati”. Ma, come sottolinea l'ex ministro dell'Ambiente, Edo Ronchi, che ha partecipato all'incontro, ci si domanda: “Perché solo ora?” Ovvero: è certamente encomiabile l'iniziativa delle maggiori case costruttrici di pneumatici di riunirsi in quest'attività consortile che prevede, oltre alla gestione delle attività di cui sopra, anche la diffusione di una cultura del riciclo e del trattamento dei rifiuti ma, stiamo parlando di un prodotto, lo pneumatico, nato nel 1888 grazie all'inventiva di John Boyd Dunlop! Sono dovuti trascorrere 124 anni per accorgerci che gli pneumatici fuori uso inquinano e devono essere raccolti e trattati con le dovute maniere? Abbiamo (e non ci riferiamo solo all'Italia, perché il fenomeno è internazionale) permesso alle organizzazioni malavitose di prendere il controllo della situazione e solo in questi ultimi anni ci accorgiamo delle discariche abusive di pneumatici e di TIR che viaggiano indisturbati pieni di rifiuti tossici (compresi gli pneumatici)?

MEGLIO TARDI CHE MAI – E' vero, meglio tardi che mai, e le iniziative proposte ed intraprese da Ecopneus sono veramente interessanti sia dal punto di vista tecnico/economico che etico: Fase 1) tracciare la mappatura completa di tutti i punti dove avviene il ricambio degli pneumatici (gommisti, stazioni di servizio, officine, demolizioni auto) per monitorare dove, in Italia, gli pneumatici vengono identificati come “fuori uso”; Fase 2) ottimizzare la logistica garantendo che il trasporto dei PFU, dai gommisti ai centri di stoccaggio temporaneo o agli impianti di recupero (parte fondamentale nella filiera del PFU), funzioni in maniera corretta; Fase 3) garantire un flusso di raccolta costante dei PFU; Fase 4) promuovere la ricerca e lo sviluppo di nuovi impieghi dei materiali derivati dai PFU e diffondere efficacemente le possibilità di uso, sia in ambiti conosciuti che in applicazioni innovative; Fase 5) monitoraggio e rendicontazione continui per evitare la dispersione dei PFU in modo illegale attraverso il controllo costante del flusso.

COSA CI FACCIAMO CON I PFU? – Quando si parla di pneumatici “fuori uso” si intendono quegli pneumatici che non sono più buoni neanche per la ricostruzione, ovvero dei rifiuti. Oggi, per legge, in base al DM 11/04/2011 n° 82, questo rifiuto deve essere inviato ai centri di raccolta e recupero: di questo, in larga parte, è responsabile la Ecopneus. Il PFU a questo punto può prendere due strade: quella del recupero di materiale o quella del recupero di energia. Il recupero del materiale avviene tramite triturazione ma, per arrivare a questo stadio, bisogna separare la parte metallica della carcassa da quella di gomma, operazione che richiede dei macchinari specifici. Dopodiché, il granulato e il polverino di gomma che si ottengono mediante triturazione meccanica a temperatura ambiente (o a bassa temperatura, utilizzando l'azoto liquido) vengono utilizzati, ad esempio, come componenti aggiuntivi nella creazione di asfalti ad alte prestazioni. Tali composti infatti presentano delle peculiarità notevoli in termini di resistenza agli agenti atmosferici ed elasticità. A Torino, recentemente, in via sperimentale è stato asfaltato un tratto di 1.200 metri con conglomerato bituminoso contenente polverino di gomma derivante da Pneumatici Fuori Uso. I PFU destinati al recupero d'energia, invece, vengono utilizzati in vari formati (intero, ciabatta, cippato) come combustibile nei settori industriali altamente “energivori” (cementifici o centrali di produzione di energie/vapore).

INTERVENTI ECOPNEUS – Ufficialmente Ecopneus ha iniziato ad operare dal mese di settembre 2011. Fino al 31 dicembre 2011 sono stati raccolti ed avviati al recupero 72.468 tonnellate di PFU, raggiungendo e superando di oltre il 10% gli obiettivi di legge. L'avanzo di gestione, ottenuto grazie ad una attenta e corretta gestione complessiva dell'attività, consentirà ad Ecopneus di destinare in questo esercizio una cifra pari a 750 mila euro alle attività di prelievo da stock storici. Inoltre, il Ministro dell'Ambiente Corrado Clini, durante l'incontro romano, ha annunciato la partenza delle operazioni di prelievo di 3.000 tonnellate di Pneumatici Fuori Uso da parte di Ecopneus che giacciono accumulati a Oristano nelle vicinanze di una delle zone umide d'importanza internazionale protette dalla convenzione di Ramsar (come vi abbiamo già raccontato). Il sito sardo è stato abbandonato a causa del fallimento della società che avrebbe dovuto riciclare i pneumatici. Ora ci domandiamo: le società produttrici di pneumatici ci vendono i loro prodotti facendoci pagare anche la quota relativa al recupero ed alla trasformazione in quella che viene definita una “materia prima seconda”, ovvero un materiale utilizzabile proveniente dalla lavorazione di materiali esausti. Questa “materia prima seconda” costituita dal granulato e dal polverino di gomma si prevede venga, a breve termine, largamente diffusa nella produzione di asfalti. E allora, Ecopneus, che in pratica si è presa il monopolio del recupero e della trasformazione dei PFU (cosa che probabilmente dovrebbe essere a carico delle amministrazioni pubbliche) caricandone i costi sull'utente, quante volte ci guadagna sugli pneumatici? Perché sicuramente alle ditte produttrici di asfalto il nuovo ed eccezionale prodotto (granulato e polverino di gomma) non verrà regalato. Non sarebbe quindi giusto diminuire in proporzione l'ecocontributo che paghiamo tutti noi automobilisti?

di Gabriele Bolognini

Nota di Ecopneus inviata dopo la pubblicazione

ECOPNEUS E' SENZA SCOPO DI LUCRO – Il polverino di gomma, cosi come il granulato o qualsiasi altra materia prima seconda derivata dal recupero dei PFU, viene venduta direttamente dalle aziende che producono questi materiali, ad un prezzo fissato dal libero mercato come avviene per qualsiasi altra tipologia di prodotto. Ecopneus non percepisce alcun ricavo da tale transazione, ma anzi deve fornire alle aziende specializzare un “contributo in entrata” che serve a livellare il gap tra i costo di gestione dell'intero processo di recupero e i ricavi della vendita delle materie prime seconde. Se il polverino avesse sul mercato un prezzo tale da recuperare tutti i costi della filiera dei PFU (raccolta, trasporto, stoccaggio e frantumazione), non ci sarebbe la necessità di dover richiedere un contributo al consumatore.

GESTIONE OCULATA – Le risorse raccolte attraverso il contributo ambientale, l'importo pagato dal consumatore al momento dell'acquisto di un pneumatico nuovo, servono invece esclusivamente per coprire i costi del sistema di raccolta e gestione dei PFU e da queste non può derivare nessun utile. Eventuali avanzi sono, infatti, spostati sulla gestione nell'anno successivo e, per una quota del 30%, destinati a operazioni di prelievo di PFU da stock storici al fine di concorrere a rimuovere l'ampio numero di discariche abusive ancora esistenti in Italia. Questo è tra l'altro anche il caso del prelievo ad Oristano, annunciato dal Ministro Clini durante il convegno di Roma. Il contributo, anzi, non è sufficiente di per se a coprire interamente i costi di recupero del pneumatico rifiuto, da quando viene generato a quando viene recuperato. Parte dei costi necessari a supportare l'intero sistema di gestione e recupero derivano proprio dalla vendita del polverino e del granulo sul mercato. Il contributo dunque, si chiama cosi proprio perché “contribuisce” a pagare quei costi non interamente coperti dai ricavi della commercializzazione autonoma delle materie prime seconde. Il progressivo consolidamento di uno stabile mercato e il relativo aumento della domanda per questi prodotti concorrerà, dunque, all'abbassamento degli importi del contributo ambientale.

ECOPNEUS NON E' UN MONOPOLIO – Esistono attualmente oltre 30 aziende autorizzate dal Ministero dell'Ambiente alla gestione dei PFU in Italia ed Ecopneus è solamente una di queste. Essendo formata da oltre 50 aziende di produzione o importazione pneumatici rappresenta sì larga parte del mercato italiano del ricambio (circa l'80% del mercato), ma queste aziende hanno scelto liberamente a chi affidare la gestione dei PFU di loro responsabilità. Ogni azienda di produzione o importazione pneumatici è, infatti, obbligata per legge ad assicurare la corretta gestione e recupero di un quantitativo di PFU pari a quanti pneumatici nuovi ha immesso nel mercato del ricambio l'anno precedente. Possono provvedervi in forma singola o attraverso una forma associata, come Ecopneus. Le aziende di raccolta, trasporto, frantumazione e valorizzazione dei PFU che fanno parte di Ecopneus sono selezionate attraverso un processo interamente informatico, che permette la più assoluta trasparenza, imparzialità e tracciabilità in tutto il processo. La registrazione è aperta a tutti e largamente pubblicizzata, proprio per garantire la più ampia partecipazione possibile.

LE EFFICIENZE DI GESTIONE CONCORRONO A RIDURRE IL CONTRIBUTO AMBIENTALE – Come detto precedentemente, l'eventuale avanzo di gestione deve essere impiegato per una quota non inferiore al 30% per operazioni di prelievo da stock storici. La restante quota, invece, viene investita nella gestione dell'anno successivo e concorre alla riduzione dei contributi ambientali a carico dei consumatori. L'efficienza, efficacia ed economicità della gestione Ecopneus ha permesso di ridurre il contributo per i pneumatici delle aziende socie già due volte: dal 1° gennaio 2012, dopo soli 4 mesi di attività, è stato abbassato il contributo ambientale per molte categorie, tra cui quella dei pneumatici autovettura. Al 31 maggio 2012 sono stati ulteriormente abbassati i contributi di alcune categorie di pneumatici per Macchine Agricole, operatrici e macchine industriali con una riduzione media degli importi del 3%. Il pneumatico vettura è passato ad esempio dai 3,00€ + iva ai 2,80€ + iva per pneumatico (e stiamo parlando di circa 30 milioni di pneumatici vettura venduti ogni anno); per i ciclomotori da 1,50€ + iva a 1,40€ + iva. Per le categorie di peso maggiore, ad esempio la D6 (dai 191 ai 300 kg) si è passati dai 120€ + iva del 7 settembre 2011 ai 98 €+ iva attuali. Rendere disponibili contributi ambientali inferiori è stato possibile grazie alle efficienze gestionali raggiunte da Ecopneus.

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