Gli autovelox, la regola del chilometro e la politica delle scorciatoie

Ciccia. Questo ha risposto il ministero delle Infrastrutture alle pressioni dei non pochi Comuni costretti a spegnere o spostare autovelox piazzati poco dopo un incrocio

22 marzo 2011 - 9:29

Ciccia. Questo ha risposto il ministero delle Infrastrutture alle pressioni dei non pochi Comuni costretti a spegnere o spostare autovelox piazzati poco dopo un incrocio: la distanza minima di un chilometro dal segnale di limite di velocità, imposta l'estate scorsa dalla riforma del Codice della strada, vale anche rispetto al cartello di ripetizione del limite che va messo da sempre dopo ogni incrocio. Lo aveva scritto a Capodanno il ministero dell'Interno, sentite le Infrastrutture. Logico che adesso quest'ultimo dicastero adesso confermi tale interpretazione (che peraltro appare corretta) nel rispondere a un'interrogazione parlamentare (la 5-04092) del deputato Pd Mario Lovelli. Che si è dichiarato insoddisfatto, ritenendola una “risposta burocratica” e aggiungendo che l'assemblea degli assessori alla viabilità delle Province ha approvato un ordine del giorno che chiede al Governo di “riconsiderare” la circolare interpretativa di Capodanno per ragioni di sicurezza.

SI SAPEVA DELL'INTERROGAZIONE PARLAMENTARE – Le parole di Lovelli sono sintomatiche di un certo modo di fare politica, molto diffuso. Quindi meritano un bel commento. Innanzitutto, tirando fuori l'ordine del giorno degli assessori, Lovelli svela a chi sa leggere quali sono i suoi “mandanti”: gli assessori, appunto, e più in generale il mondo delle polizie municipali costrette a spegnere molti apparecchi. Infatti, tra gli addetti ai lavori, non era un mistero che da tempo sarebbe stata presentata un'interrogazione parlamentare. In ogni caso, sono cose che ci stanno: ve le riferisco solo per darvi un'idea di come va il mondo, se non siete addentro.

LA LEGGE IMPONE UN CHILOMETRO – La cosa che non ci sta, invece, è la bollatura della “burocraticità” delle interpretazioni ministeriali: i tecnici dei dicasteri hanno solo il dovere di rispettare le leggi votate dal Parlamento. Anche quando non le condividono. Conoscendo l'ambiente, sono ragionevolmente certo che questo è il tipico caso di norma non condivisibile da un tecnico: non c'è alcuna ragione logica per imporre una distanza di almeno un chilometro, nemmeno se si vuol tagliare le gambe a certe discutibili prassi di pattuglie municipali appostate subito dopo il segnale (sarebbe bastato imporre un centinaio di metri). Eppure la legge impone un chilometro e nelle stanze ministeriali la si rispetta religiosamente, perché “usi a obbedir tacendo”.

SOLO UNA NORMA “BALORDA” – Dunque, nessuna burocrazia, ma solo una norma balorda, proposta probabilmente da qualcuno che voleva fare demagogia a buon mercato e votata dalla politica nella bolgia degli emendamenti (e dei relativi compromessi politici) che ha segnato l'approvazione della riforma. Se si vuol rimediare, che sia la politica a votare una legge di modifica. Sembra un principio ovvio anche a chi ha frequentato solo una sola lezione di diritto. Nonostante questo, più di qualcuno avrebbe voluto sistemare tutto con un'interpretazione ministeriale, rispettando una certa “tradizione” italiana. Nulla di più pericoloso e proprio la tradizione ci spiega perché: in casi del genere, il furbo sa benissimo di poter trovare un giudice che decide infischiandosene (legittimamente) dei pareri ministeriali e fa ricorso, mentre chi è onesto paga. Poi magari qualche sentenza che smonta quei pareri finisce sui giornali e si alza il solito polverone. Che male abbiamo fatto per meritare tutto questo?

di Maurizio Caprino

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