Fiat ai tre operai di Melfi: “State a casa”

Nonostante la sentenza sul reintegro dei tre operai allo stabilimento di Melfi, la Fiat non intende avvalersi delle loro prestazioni lavorative

27 febbraio 2012 - 7:00

S'incendia la polemica attorno alla questione Fiat-Melfi. Dopo che i tre lavoratori licenziati nel 2010 sono stati reintegrati dalla corte d'appello di Potenza, l'azienda ha inviato un telegramma in cui scrive che “non intende avvalersi delle prestazioni lavorative” dei tre operai, nonostante i giudici abbiano accolto il ricorso della Fiom. Lo ha reso noto all'Ansa uno degli avvocati del sindacato dei metalmeccanici, Lina Grosso, che ha aggiunto: “Sarà fatto di tutto per riportare al lavoro i tre operai, anche agendo in sede penale, perché la Fiat come al solito non rispetta la sentenze”. Comunque, i tre operai percepiranno regolarmente gli stipendi maturati fino a questo momento e quelli successivi alla sentenza di ieri; per quelli maturati, sarà corrisposta loro la differenza tra il sussidio di disoccupazione e il salario dovuto.

COME NEL 2010 – Proprio il 21 agosto 2010, dopo il primo reintegro di Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, la Fiat inviò un telegramma simile, comunicando l'intenzione di non avvalersi delle loro prestazioni lavorative: al rientro in fabbrica ai tre fu sì consentito di superare i tornelli dello stabilimento di Melfi ma non fu concesso di andare sulle linee di produzione. Venne invece loro assegnata una stanza per svolgere attività sindacale: i tre si opposero e non andarono più a lavorare. Ora la situazione è diversa: in base al nuovo contratto, la Fiom non ha più accesso alle sale sindacali. 

I SINDACATI – Emanuele De Nicola, segretario della Fiom della Basilicata, è perentorio: “La Fiat continua nel suo atteggiamento antisindacale, non applicando le sentenze dei tribunali. Questo conferma la nostra denuncia: c'è una sentenza che andrebbe rispettata, da tutti come dall'azienda. Chiederemo al presidente della Repubblica un intervento forte. Non è tollerabile un atteggiamento del genere, per loro i cittadini sono persone di serie B. È assurdo che possa farsi beffa delle leggi del Paese”. Gli fa eco segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere: “La Fiat non si smentisce mai. Non rispettare le sentenze è, ancora una volta, un esempio del suo cattivo rapporto con il Paese e con la magistratura”. “Valuteremo insieme a loro se richiedere i danni morali alla Fiat”, commenta il leader della Fiom, Maurizio Landini, “Non abbiamo mai voluto le prime pagine dei giornali, ora vogliamo solo ritornare alla normalità, al nostro posto di lavoro”, commenta uno dei tre operai, Barozzino.

FIAT – Appreso che, per i giudici, i tre operai (licenziati nell'estate del 2010 con l'accusa di aver bloccato un carrello durante uno sciopero interno) devono tornare in fabbrica, la Fiat annuncia ricorso per Cassazione. Il Lngotto “considera inaccettabili comportamenti come quelli dei tre lavoratori”, e quindi “proseguirà le azioni per impedire che simili condotte si ripetano”.

ARTICOLO 18 – Dal mondo dell'auto a quello del lavoro il passo è breve: nel Paese, la questione articolo 18 è scottante. Secondo Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd, “quello che è avvenuto a Melfi dimostra che le norme antidiscriminatorie a tutela del posto di lavoro servono”; invece per l'ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, la vicenda “ripropone manifestamente l'esigenza di una diversa regolazione delle sanzioni conseguenti al mancato riconoscimento della giusta causa in sede giudiziale”. Mentre il presidente dell'IdV, Antonio Di Pietro, parla di “sentenza clamorosa” e annuncia la partecipazione alla manifestazione della Fiom.

FACCENDA DELICATISSIMA – La vicenda di Melfi era e resta esplosiva, anche per i significati politici che sottende. Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat-Chrysler, ha spiegato al Corriere della Sera che l'articolo 18 ce l'ha solo l'Italia. “Meglio assicurare le stesse tutele ai lavoratori in uscita in modi diversi, analoghi a quello in uso in altri Paesi”. Diversamente – ha aggiunto – “le Imprese estere non capiscono e non vengono qui a investire”. Va pure detto che, in tempi di crisi nera come questi, ci dovrebbe essere la massima collaborazione e unità d'intenti fra le varie parti in gioco: aziende, lavoratori, sindacati. Se qualcuno rema in direzione opposta, i primi a farne le spese sono i lavoratori che vorrebbero solo mettere le proprie capacità a disposizione dell'azienda (salvo qualche rara eccezione…). Anche perché, dopo la cessione dell'impianto di Termini Imerese alla DR Motor, alla Fiat restano solo Pratola Serra, Atessa, Cassino, Melfi, Pomigliano (trasformata in un gioiello) e Mirafiori. E l'obiettivo è esportare negli Stati Uniti, giacché il mercato del Vecchio Continente non risponde molto bene: se le esportazioni Oltreoceano si ridurranno, è ovvio che un paio di stabilimenti italiani debbano poi chiudere, e allora sì che saremmo di fronte a un dramma sociale, che supera abbondantemente la vicenda (con tanti lati oscuri) dei tre operai licenziati.

1 commento

sicurezza
21:35, 28 febbraio 2012

Casi come quelli dei tre lavoratori esistevano anche negli anni 70 aziende anche statali preferivano pagare i lavoratori, reintegrati con sentenza, senza che questi fossero in azienda. Mi duole dire che questo è il clima creato dalla FIOM. Bisogna pensare ai lavoratori e non al potere sindacale. A Marchionne bisogna dare fiducia in America lo reputano un salvatore.

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