Dirigente Motorizzazione arrestato per corruzione? Non può essere licenziato

Dirigente Motorizzazione arrestato per corruzione? Non può essere licenziato La Cassazione respinge il ricorso della Regione Sicilia contro il lodo che ha annullato il licenziamento dell'istruttore della Motorizzazione corrotto

La Cassazione respinge il ricorso della Regione Sicilia contro il lodo che ha annullato il licenziamento dell'istruttore della Motorizzazione corrotto

24 Novembre 2014 - 10:11

Con la sentenza n. 24728 del 20 novembre 2014, la sezione lavoro della Corte di Cassazione ha respinto il ricorso proposto dalla Presidenza della Regione Sicilia, avverso il lodo del Collegio di disciplina interno alla stessa Presidenza di Regione, che aveva annullato il provvedimento di licenziamento irrogato a un “dipendente infedele”. Si trattava di un istruttore direttivo della Motorizzazione Civile di Palermo, alle dipendenze della regione, arrestato in flagranza di reato per corruzione, e quindi licenziato in base a una norma del c.c.r.l., che prevede appunto il licenziamento senza preavviso per il dipendente infedele che subisca l'arresto in flagranza, convalidato dal Gip, per i reati di peculato, concussione o corruzione. In sostanza, il licenziamento era stato annullato perché la norma è in contrasto con la legge nazionale. Dunque la questione sottoposta agli Ermellini si sostanziava nella possibilità o meno da parte della Regione Sicilia di esercitare la propria autonomia normativa in tema di rapporti di lavoro con i propri dipendenti. Risultato? La Corte respinge il ricorso: il c.c.r.l. non può derogare alle norme di legge.

UN CASO BALZATO AGLI ONORI DELLE CRONACHE – La vicenda risale al 2011, un dirigente della Motorizzazione Civile di Palermo aveva organizzato un sistema di “patenti facili”: mazzetta e esame fittizio, così si otteneva la patente nel capoluogo siciliano. 51 arresti avevano destato scalpore, nonostante il caso di dipendenti della motorizzazione civile corrotti non sia una novità per il nostro paese. Quel che è invece scorso sotto traccia è il destino del dirigente corrotto sul piano lavorativo. Ci si può immaginare che in un caso del genere il rapporto di lavoro non possa proseguire, ma invece non è (stato) così.

L'AUTONOMIA REGIONALE NON PUO' DEROGARE LA LEGGE – Bisogna innanzitutto ricordare che ci troviamo nell'ambito del diritto del lavoro. Per la portata delle norme emanate in questa materia, è logico che le norme nazionali abbiano preminenza su quelle regionali, ancorché emanate da una regione a statuto autonomo come la Sicilia. E' in quest'ottica che la norma del c.c.r.l., di cui all'art. 68, co. 8, lett. g), che prevede la possibilità di licenziamento senza preavviso per il dipendente che venga arrestato in flagranza di reato di peculato, concussione o corruzione, non può prevalere “giammai” sulla legge nazionale, la n. 97/2001, che ha regolamentato in maniera esaustiva i rapporti tra procedimento penale e disciplinare, non contemplando misure così severe come il licenziamento senza preavviso per il dipendente arrestato in flagranza di reato. Anche la tesi della Presidenza della Regione, che la norma sul licenziamento del c.c.r.l. costituirebbe una “fattispecie autonoma” che non interferisce ne coincide con le norme contenute dalla legge nazionale, non convince gli Ermellini, che respingono il ricorso.

LA LOTTA AL MALCOSTUME DEVE FARE I CONTI CON LA LEGGE – Questo caso si presenta emblematico delle difficoltà con cui il legislatore si deve confrontare, quando vuole combattere fenomeni di corruzione e malcostume radicati sul territorio. Spesso infatti tali fenomeni si radicano laddove è più complicato contrastarli. Spesso le norme che tutelano i deboli (es. i lavoratori) contro i forti (es. i datori di lavoro), sono utilizzate in modo speculativo dai c.d. “furbetti”. Questo non può significare “giammai”, lo dico anch'io, che alle norme volte a garantire i deboli, o a regolare materie delicate come i diritti dei lavoratori, si possa derogare. Nemmeno se la deroga è animata dalla sacrosanta volontà di colpire fenomeni di corruzione tanto perniciosi quanto radicati nella cultura popolare. In fondo, se il dipendente corrotto è davvero colpevole, allora lo si potrà licenziare, una volta che sarà condannato.

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