Crolla il consumo di asfalto delle strade: conseguenze negative per la sicurezza

Il consumo nazionale di bitume va a picco: fermo il settore della manutenzione strade

11 marzo 2013 - 18:00

Niente asfalto, niente strade sicure in Italia: crolla del 23% il consumo nazionale di bitume (prodotto base per il conglomerato stradale). Il consumo del conglomerato bituminoso per le manutenzioni stradali si è dimezzato negli ultimi 6 anni, passando da 44 a circa 22-23 milioni di tonnellate, quantità molto al di sotto della soglia minima per la sicurezza stradale. È quanto emerso alla Conferenza internazionale “Scenari di mercato, nuove prospettive e opportunità per il settore del bitume a livello europeo”, promossa a Roma dal Siteb (Associazione italiana bitume asfalto e strade), a cui hanno partecipato esperti nazionali e internazionali del settore petrolifero e del comparto bitume.

CRISI DELLA RAFFINAZIONE – Parallelamente alla profonda crisi delle manutenzioni stradali (ha già provocato la chiusura di molte imprese), si è sviluppata la crisi del sistema industriale della raffinazione, che negli ultimi mesi ha portato alla chiusura di due raffinerie e al blocco di altre due (su 15 raffinerie nazionali). Almeno un altro impianto è in difficoltà per problemi di mercato e ambientali. Solo una parte delle residue raffinerie produce bitume, si registrano problemi logistici e di disponibilità. Alla conferenza, sono state presentate diverse relazioni: una dell'Unione petrolifera, una dell'agenzia internazionale Argus (specializzata nel mercato dei prodotti petroliferi), una di Eurobitume (l'Associazione europea delle Società petrolifere per il bitume) e una specifica sul mercato e gli scenari del bitume in Italia, da parte del Presidente di Siteb, professor Carlo Giavarini. Oltre alla contrazione dei consumi, si osserva un mutamento nei mercati internazionali dei prodotti, con forte squilibrio tra benzina e gasolio, e la concorrenza (che Siteb definisce sleale) delle raffinerie extra-europee non soggette (o meno soggette) a vincoli normativi e ambientali, con un costo del lavoro più basso e spesso sostenute da sussidi statali.

QUANTI RISCHI – Se non si inverte questo trend, l'Italia si appresta a perdere anche il settore industriale della raffinazione con immancabili e pesanti ricadute anche sui lavori di costruzione e manutenzione stradale, senza contare il conseguente aumento della dipendenza e vulnerabilità energetica del nostro Paese e il minor controllo sulla qualità dei prodotti importati. Il difficile scenario della raffinazione si riflette in modo significativo sulla filiera del bitume (4.000 aziende, 50.000 addetti diretti e un indotto di 500.000 lavoratori), prezioso prodotto di derivazione petrolifera (circa il 2-3% sulla media dei grezzi lavorati dalle raffinerie) componente dell'asfalto per i lavori di manutenzione e costruzione stradali e delle membrane bitume-polimero, impiegate principalmente per impermeabilizzare edifici, ponti e viadotti. Il fatto è che, nel 2012 la produzione di bitume ha registrato una contrazione pari al 23%. Dal 2006 ad oggi la produzione di asfalto stradale si è dimezzata, passando dai 44,3 a circa 22-23 milioni di tonnellate raggiunti al termine dello scorso anno; se la tendenza emersa in questi mesi dovesse confermarsi, a fine 2013 si sfonderà anche quota 20 milioni di tonnellate, che vorrebbe dire avere limitato i lavori di manutenzione alla chiusura provvisoria e inefficace delle buche, o poco più. Con ripercussioni negative anche per la sicurezza stradale, visto che le nostre città – in particolare – sono piene di buche, e i rattoppi sono effettuati alla bell'e meglio.

SI CERCANO ALTRE VIE – A livello internazionale, si registra una tendenza al generale disimpegno delle raffinerie dalla produzione del bitume. Alcuni grandi contractor internazionali si stanno attrezzando con propri depositi, reti di trasporto (soprattutto via mare), se non addirittura con proprie raffinerie. A essere penalizzate oggi sono soprattutto le aziende italiane, quasi tutte di medio-piccole dimensioni, prive di strutture ramificate a livello internazionale e già strozzate dall'effetto congiunto dei ritardati pagamenti del committente pubblico e dalla stretta creditizia.

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