Corte di Cassazione Civile, sezione seconda – Sentenza n. 22898 del 28/10/2009

Corte di Cassazione Civile, sezione seconda - Sentenza n. 22898 del 28/10/2009Circolazione stradale - Artt. 145 e 154 del Codice della Strada - Precedenza "di fatto" - Perchè quest'ultima possa...

21 Dicembre 2009 - 02:12

Corte di Cassazione Civile, sezione seconda – Sentenza n. 22898 del 28/10/2009

Circolazione stradale – Artt. 145 e 154 del Codice della Strada – Precedenza “di fatto” – Perchè quest'ultima possa ritenersi legittima e idonea ad escludere la precedenza di diritto del veicolo proveniente da destra, si richiede che il veicolo che si presenti all'incontro da sinistra vi giunga con l'anticipo tale da consentirgli di effettuare l'attraversamento con assoluta sicurezza e senza porre in alcun rischio la circolazione. La precedenza “di fatto” viene esercitata quindi a rischio e pericolo di chi se ne avvale con la conseguenza che lo stesso verificarsi dell'incidente lo costituisce in colpa.

FATTO E DIRITTO

S. G. impugna la sentenza n. 1479 del 2005 del Giudice di Pace di Treviso, pubblicata in data 19 dicembre 2005, che respingeva la sua opposizione avverso il verbale di accertamento n. (OMISSIS) del 28 gennaio 2005 redatto dalla Polizia municipale del Comune di Preganziol, col quale gli veniva contestata la violazione dell'art. 145 C.d.S., commi 2 e 11, per avere egli omesso di dare la precedenza.

L'accertamento veniva eseguito in conseguenza di un sinistro stradale nel quale rimaneva coinvolta l'auto del ricorrente.

Il Giudice di Pace rigettava il ricorso, ritenendo infondata l'eccezione relativa alla dedotta illegittimità della mancata immediata contestazione, giustificata nel caso in questione in relazione ai rilievi effettuati e alla successiva elaborazione dei dati e infondata anche la prospettata ricostruzione della dinamica del sinistro, ritenendo invece fondata quella prospettata dalla Polizia municipale sulla base delle rilevazioni relative alla collocazione di liquidi rilasciati dalle vetture a seguito dell'urto e dei danni riportati dai due veicoli.

Il ricorrente articola tre motivi di ricorso.

Col primo ripropone nuovamente la doglianza in relazione alla mancata immediata contestazione ritenuta ingiustificata, deducendo violazione degli artt. 200 e 201 C.d.S., e art. 385 C.d.S..

Col secondo motivo deduce vizi di motivazione per avere il Giudice di Pace erroneamente valutato i fatti senza aver approfondito la testimonianza resa dal teste in giudizio e le conclusioni dell'elaborato peritale di parte.

La valutazione di tali elementi avrebbe portato a una conclusione completamente diversa da quella raggiunta dal Giudice di Pace, che non appariva supportata da alcun elemento probatorio, neanche dalle emergenze del rapporto della Polizia municipale. In particolare la perizia di parte dimostrava che la vettura del ricorrente al momento dell'impatto era ferma in prossimità della linea di mezzeria, dovendosi il punto dell'impatto collocare al centro della strada e non a margini della carreggiata non essendo decisivo nè il rilievo della collocazione dei liquidi fuorusciti dai veicoli, nè la collocazione dei danni riportati dai veicoli stessi.

Col terzo motivo si lamenta la violazione e falsa applicazione della L. n. 689 del 1981, art. 23 e dell'art. 2729 c.c., anche sotto il profilo del vizio di motivazione.

Il Giudice di Pace avrebbe cioè accertato la responsabilità del ricorrente sulla base di presunzioni semplici, ricavando il fatto ignoto da elementi presuntivi non gravi, nè precisi, nè concordanti.

Parte intimata non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Attivatasi procedura ex art. 375 c.p.c., il Procuratore Generale invia requisitoria scritta nella quale, concordando con il parere espresso nella nota di trasmissione, conclude con richiesta di rigetto del ricorso per la sua manifesta infondatezza.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

Il ricorso è infondato e va respinto.

Nè la memoria depositata consente di giungere a diverse conclusioni.

Quanto al primo motivo, basta osservare che questa Corte più volte ha avuto occasione di affermare che “In tema di sanzioni amministrative per infrazioni al codice della strada, fra i motivi che hanno reso impossibile la contestazione immediata, da indicarsi – in base alla disciplina speciale di cui agli artt. 200 e 201 C.d.S., – nel verbale di accertamento a pena di illegittimità del medesimo e dei successivi atti del procedimento, va ricompresa l'ipotesi in cui gli organi addetti al controllo accertino la violazione dopo avere assunto informazioni e proceduto ad operazioni tecniche, in base alla L. 24 novembre 1981, art. 13” (Cass. 2008 n. 14040; Cass. 2005 n. 7090).

Quanto agli altri motivi, occorre osservare in primo luogo ed in via generale che il ricorrente intende trasferire in questa sede (in cui si valuta l'opposizione alla sanzione amministrativa inflittagli per il mancato rispetto delle regole sulla precedenza) questioni che attengono all'accertamento delle responsabilità derivanti dal sinistro.

Oggetto invece dell'opposizione svolta avanti il giudice di pace era solo la legittimità o meno della contestazione effettuata, in ordine alla quale occorre osservare che, anche a voler ritenere applicabile la precedenza cosiddetta di fatto, perchè quest'ultima possa ritenersi legittima e idonea ad escludere la precedenza di diritto del veicolo proveniente da destra, si richiede che il veicolo che si presenti all'incontro da sinistra vi giunga con l'anticipo tale da consentirgli di effettuare l'attraversamento con assoluta sicurezza e senza porre in alcun rischio la circolazione.

La precedenza di fatto viene esercitata quindi a rischio e pericolo di chi se ne avvale con la conseguenza che lo stesso verificarsi dell'incidente lo costituisce in colpa (e pluribus, Cass. 2004 n. 10491. Cass. 2004 n. 8526).

Quanto poi a profilo della valutazione degli elementi di prova disponibili, occorre osservare che, come è noto, l'art. 116 c.p.c., comma 1, sancisce la fine del sistema fondato sulla predeterminazione legale dell'efficacia della prova, conservando solo specifiche ipotesi di fattispecie di prova legale.

Con la formula del “prudente apprezzamento” si allude alla ragionevole discrezionalità del giudice nella valutazione della prova, che va compiuta tramite l'impiego di massime d'esperienza. Di conseguenza, la doglianza con la quale si denunzi che il giudice abbia fatto un cattivo uso del suo “prudente apprezzamento” nella valutazione della prova si risolve in una doglianza non sulla violazione della norma de qua ma sulla motivazione della sentenza, che può trovare ingresso in sede di legittimità solo nei limiti entro i quali è ammissibile il sindacato da parte della cassazione sulle ragioni giustificatrici allegate dal giudice a supporto dell'adottata decisione.

A tal fine va osservato che è devoluta al giudice del merito l'individuazione delle fonti del proprio convincimento e, pertanto, lo sono anche la valutazione delle prove, il controllo della loro attendibilità e concludenza, la scelta, fra le risultanze istruttorie, di quelle ritenute idonee ad acclarare i fatti oggetto della controversia, privilegiando in via logica taluni mezzi di prova e disattendendone altri, in ragione del loro diverso spessore probatorio, con l'unico limite dell'adeguata e congrua giustificazione del criterio adottato.

Conseguentemente, ai fini d'una corretta decisione, il giudice non è tenuto a valutare analiticamente tutte le risultanze processuali, nè a confutare singolarmente le argomentazioni prospettategli dalle parti, essendo invece sufficiente che egli, dopo averle vagliate nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il proprio convincimento e l'iter seguito nella valutazione degli stessi, onde pervenire alle assunte conclusioni, implicitamente disattendendo quelli logicamente incompatibili con la decisione adottata.

Pertanto, vizi motivazionali in tema di valutazione delle risultanze istruttorie non possono essere utilmente dedotti ove la censura si limiti alla contestazione d'una valutazione delle prove effettuata in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè, proprio a norma dell'art. 116 c.p.c., comma 1, rientra nel potere discrezionale del giudice di merito l'individuare le fonti del proprio convincimento, il valutare all'uopo le prove, il controllarne l'attendibilità e la concludenza e lo scegliere, tra le varie risultanze istruttorie, quelle ritenute idonee e rilevanti.

Nella specie, la motivazione fornita dal giudice a quo all'assunta decisione risulta logica e sufficiente, basata com'è su considerazioni adeguate in ordine alla valenza oggettiva dei vari elementi di giudizio risultanti dagli atti e sulla razionale valutazione di esse: un giudizio operato, pertanto, nell'ambito del potere discrezionale del giudice di merito a fronte del quale, in quanto obiettivamente immune dalle censure ipotizzagli in forza dell'art. 360 c.p.c., n. 5, la diversa opinione soggettiva di parte ricorrente è inidonea a determinare le conseguenze previste dalla norma stessa.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Nulla per le spese.

Fonte – semaforoverde

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