Corte Cassazione Penale, sezione quarta – Sentenza n. 9971/2010

Corte Cassazione Penale, sezione quarta – Sentenza n. 9971/2010 Circolazione stradale - Art. 145 del Codice della Strada - Sinistro stradale - Omessa precedenza - Nesso causale tra condotta ed evento - L'obbligo di dare la precedenza impone non solo di...

Circolazione stradale - Art. 145 del Codice della Strada - Sinistro stradale - Omessa precedenza - Nesso causale tra condotta ed evento - L'obbligo di dare la precedenza impone non solo di...

4 Ottobre 2010 - 08:10

Circolazione stradale – Art. 145 del Codice della Strada – Sinistro stradale – Omessa precedenza – Nesso causale tra condotta ed evento – L'obbligo di dare la precedenza impone non solo di verificare l'eventuale presenza di veicoli sulla strada prioritaria, ma anche di valutare la velocità del mezzo in avvicinamento al fine di determinare la possibilità di immissione nel flusso della circolazione in condizioni di assoluta sicurezza.

FATTO E DIRITTO

Con la sentenza in epigrafe la Corte di Appello di (OMISSIS),in riforma della sentenza di primo grado, dichiarava S. E. responsabile del reato di omicidio colposo aggravato dalla violazione della disciplina della circolazione stradale (ex art. 589 c.p.p., commi 1 e 2).

Al S. era stato contestato di non aver rispettato, mentre era guida della propria autovettura, il segnale verticale di dare la precedenza, posto alla intersezione con la strada statale (OMISSIS) “(OMISSIS)”, così impegnandola senza concedere la precedenza al motoveicolo condotto da L. G., che in quel momento percorreva quella strada provenendo da destra rispetto all'indagato, provocandone il decesso.

La sentenza di primo grado aveva escluso la responsabilità del S. affermando che dalle varie consulente tecniche e dalla perizia erano emerse differenti ricostruzioni probabilistiche dell'evento, tutte apparentemente valide in astratto, con la conseguenza che non esisteva la prova di una condotta colposa dell'imputato.

In particolare era risultato quantomeno dubbio che all'inizio della manovra il S. fosse stato in grado di percepire la presenza del motoveicolo, il quale proveniva a forte velocità, stante l'oscurità notturna e l'assenza in lontananza di illuminazione pubblica. Quando la sagoma della motocicletta era divenuta visibile a circa 40 metri dal luogo dell'impatto, a quel punto l'imputato, anche frenando tempestivamente, non avrebbe potuto evitare la collisione.

I giudici di secondo grado hanno invece ritenuto essersi concretizzata sufficiente prova in ordine alla colpa dell'imputato, sul rilievo che il S. nell' immettersi sulla strada prioritaria per attraversarla, aveva violato l'obbligo di dare la precedenza, a nulla rilevando che si fosse fermato o meno prima di immettersi nell'incrocio.

Avverso la predetta decisione propone ricorso per Cassazione l'imputato articolando due motivi.

Con il primo lamenta l'erronea applicazione della legge penale e la manifesta illogicità della motivazione laddove la Corte di merito aveva ritenuto che il S. aveva in ogni caso violato l'obbligo di concedere la precedenza, non rilevando il fatto che lo stesso si fosse fermato o meno prima di immettersi nell'incrocio, in quanto determinante in tal senso era il momento della reale immissione poichè in quel momento doveva essere assunta la decisione definitiva di impegnare ed attraversare la statale, con riferimento alla situazione di traffico esistente in quel momento.

Il giudice di secondo grado si sarebbe limitato al solo riscontro della violazione delle norme della strada, senza accertare la sussistenza della colpa, che, in coerenza alle conclusioni del CTU, era da escludere, a causa della difficoltà di avvistamento del motociclo, determinata dall'oscurità notturna e dalla penombra ingenerata da un lampione posto sulla destra a distanza di circa 30 metri. In proposito il giudice di appello si era limitato ad osservare che nulla ostacolava la percezione dei fari anche in lontananza. Così argomentando – si sostiene – la Corte di merito non avrebbe valutato in concreto la prevedibilità e l'evitabilità dell'evento.

Con il secondo motivo lamenta l'erronea applicazione della norma processuale prevista dall'art. 442 c.p.p., comma 2, sul rilievo che la Corte di merito nel determinare la pena avrebbe dovuto tenere conto che il giudizio di primo grado si era svolto con le forme del rito abbreviato e, pertanto, avrebbe dovuto operare la riduzione di un terzo della pena.

E' stata depositata memoria difensiva nell'interesse della parte civile costituita con la quale, sottolineato che il rispetto dell'obbligo di dare la precedenza avrebbe certamente impedito il sinistro e che il giudizio espresso sulla dinamica dell'incidente attiene al merito dei fatti e non è sindacabile in sede di legittimità, è stato richiesto il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile costituita nel presente giudizio.

Ciò premesso, il ricorso è manifestamente infondato.

La decisione assolutoria non appare, infatti, manifestamente illogica e contraddittoria tanto da meritare censura in questa sede.

Non è inutile ricordare, in proposito, che non ogni possibile incongruenza logica nell'apparato motivazione della sentenza di merito, è deducibile come vizio di motivazione ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), e, conseguentemente, censurabile in sede di legittimità: deve trattarsi di incongruenze logiche macroscopiche, assolutamente evidenti dalla lettura del provvedimento gravato, che rendano la conclusione raggiunta, per come giustificata, intrinsecamente contraddittoria e/o gravemente insufficiente, se non addirittura apodittica.

E' infatti principio assolutamente controverso quello in forza del quali, ai sensi di quanto disposto dall'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c), il controllo di legittimità sulla motivazione è volto ad accertare che alla base della pronuncia del giudice di merito esista un concreto apprezzamento delle risultanze processuali e che la motivazione non sia puramente assertiva, palesemente affetta da vizi logici, restando escluse da tale controllo, non soltanto le deduzioni che riguardano l'interpretazione e la specifica consistenza degli elementi di prova nonchè la scelta di quelli ritenuti determinanti per la decisione, ma anche le incongruenze logiche che non siano manifeste, ossia macroscopiche, eclatanti, assolutamente incompatibili con le conclusioni adottate in altri passaggi argomentativi utilizzati dal giudicante.

In altri termini, il controllo di legittimità sulla motivazione, quando se ne deduce l'illogicità, può esercitarsi solo quando tale illogicità risulti evidente (“manifesta illogicità”, secondo la formula letterale della richiamata disposizione), cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purchè siano spiegate in modo logico ed adeguato le ragioni del convincimento.

Ciò premesso, contrariamente a quanto sostenuto in ricorso, il giudice di appello ha correttamente fatto applicazione del principio della colpevolezza, che esclude qualsivoglia automatico addebito di responsabilità, imponendo la verifica in concreto della violazione da parte del soggetto della regola cautelare (generica o specifica) e della prevedibilità ed evitabilità dell'evento dannoso che la regola cautelare mirava a prevenire (la c.d. “concretizzazione” del rischio).

In tal senso, la Corte di merito ha individuato la condotta che aveva concorso a determinare l'evento (l'immissione nella strada statale dell'autovettura condotta dal S., in violazione dell'obbligo di dare la precedenza), così accertando la sussistenza del nesso causale tra condotta ed evento, e la regola cautelare specifica violata (art. 145 C.d.S., comma 4), rispetto alla quale l'evento derivatone rappresentava con evidenza la “concretizzazione del rischio” che la regola cautelare mirava a prevenire, così verificando la concreta configurabilità dell'elemento soggettivo della colpa.

Sotto tale profilo, i giudici dell'appello, richiamando gli esiti della CTU, hanno rilevato che nel momento in cui l'imputato aveva impegnato l'incrocio la motocicletta, che procedeva a velocità elevata, si trovava a non più di 75 metri di distanza e che tale situazione imponeva all'imputato di non in iniziare la manovra di immissione ed attraversamento.

L'obbligo di dare la precedenza impone, infatti, non solo di verificare l'eventuale presenza di veicoli sulla strada prioritaria, ma anche di valutare la velocità del mezzo in avvicinamento al fine di determinare la possibilità di immissione in condizioni di assoluta sicurezza.

Con argomentazione logica e fondata su di un accertamento in fatto e, pertanto, incensurabile in questa sede, la Corte di merito ha disatteso la tesi sostenuta dal difensore dell'imputato, secondo la quale l'impatto non sarebbe stato evitabile in quanto la motocicletta non era visibile, in assenza di idonea illuminazione. Pur emergendo dalla perizia che la motocicletta è divenuta visibile solo ad una quarantina di metri dall'incrocio, il giudicante ha correttamente sottolineato – richiamando anche in questo caso una precisazione contenuta nella perizia – che la possibilità di avvistamento era comunque collegata alla presenza del faro della motocicletta, anche in lontananza, ed ha escluso, non trovando riscontro in alcun elemento processuale, il mancato funzionamento dello stesso.

La censura di illogicità manifesta della decisione non può quindi trovare accoglimento nel caso di specie in cui l'”apprezzamento complessivo” del giudicante si è esercitato sull'insieme degli elementi probatori onde il giudizio finale non autorizza a ravvisare le condizioni del difetto di motivazione qui censurabile.

Parimenti infondata è la doglianza relativa al trattamento sanzionatorio, con specifico riguardo alla ritenuta omessa diminuzione della pena per il rito abbreviato.

Nella specie, in parte motiva il giudice di appello ha dato atto, contrariamente a quanto sostenuto in ricorso, della ritenuta diminuente del rito.

Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, a norma dell'art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma, che si ritiene equo liquidare in Euro 1000,00, in favore della Cassa delle ammende, non ravvisandosi assenza di colpa in ordine alla determinazione della causa di inammissibilità nonchè alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile in questo giudizio, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1000,00 in favore della Cassa delle ammende, nonchè alla rifusione delle spese in favore della parte civile e liquida le stesse in Euro 2500,00 oltre accessori come per legge.

fonte – semaforoverde.it

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