Va a 141 km/h col limite di 70: una colica non toglie la multa

Secondo la Cassazione, un così notevole eccesso di velocità non può essere giustificato

2 ottobre 2014 - 9:00

La Cassazione (sezione sesta civile), con sentenza numero 20121 dell'11 aprile 2014, resa nota il 24 settembre, ha preso in esame un caso molto particolare: un eccesso di velocità dovuto a uno stato di necessità. Un automobilista ha pigiato sull'acceleratore più del lecito perché si sentiva male (aveva calcoli nel rene sinistro) e voleva quanto prima recarsi in ospedale. Al volante, l'uomo soffriva si violente coliche e correva per farsi curare nel più breve lasso di tempo. Ricevuta la multa, faceva ricorso per stato di necessità, ma perdeva in primo grado. Il Tribunale dell'Aquila rigettava l'appello, confermando la sentenza impugnata perché la colica renale e il dolore prodotto da tale patologia, sicuramente rappresentano uno stato di malattia, ma non possono integrare una ipotesi di stato di necessità. Dopodiché, il sanzionato ricorreva per Cassazione, ma perdeva anche in terzo grado.

CHE COSA DICE LA DIFESA – Secondo il difensore del ricorrente, l'uomo, affetto da colica renale, trovandosi in una situazione da lui ritenuta di pericolo imminente per il proprio stato di salute, ha infranto il limite di velocità. Gli ermellini hanno rigettato il ricorso riprendendo le osservazioni del Tribunale. Attenzione, alla base dell'opposizione respinta sta il fatto che il ricorrente andava ad una velocità di 141 km/h in un tratto di strada in cui vige il limite di 70 km/h, e in prossimità di una stazione ferroviaria. La Cassazione mette su un piatto della bilancia lo stato di salute dell'appellante affetto da una colica renale; sull'altro, l'incolumità degli utenti della strada. Che sono statu esposti al potenziale pericolo di danni causati da un auto che viaggia a una velocità di 141 km/h, in un tratto di strada frequentata anche da pedoni, adulti e bambini. Senza considerare che la vita dell'automobilista, con quella colica, non era in gioco.

PRECEDENTI FONDAMENTALI – Lo stato di necessità dovuto all'esigenza di correre per un malore lamentato dal conducente o dal passeggero, se non c'è imminente pericolo di vita, non può essere invocato: Cassazione, 14286/2010. Non c'era l'assoluta necessità di recarsi in ospedale per eseguire degli accertamenti clinici, in quanto non era stata provata la necessità di salvare sé o ad altri dal pericolo attuale e immediato di un danno alla persona (Cassazione, 15195/2008). Comunque, dipende da caso a caso, e, appunto, incidono diversi fattori, non solo la possibilità che guidatore o passeggero siano in pericolo di morte: per esempio, il Tribunale di Verona, con sentenza del 16 ottobre 2012, ha annullato il verbale di accertamento scaturito dal superamento del limite di velocità commesso da un pediatra neonatologo. Il sanitario era stato richiamato d'urgenza per assistere a un'operazione di taglio cesareo, per far nascere un bambino prematuro, e aveva sforato i limiti di circa 30 km/h. Nonostante il ricorso avanti al giudice di pace di Verona, la sanzione era stata confermata. Solo in sede d'appello il medico riesciva a ottenere l'annullamento. È facile immaginare un medico che ha la reperibilità, per di più in un settore delicato come quello della ostetricia e della neonatologia, che si mette in macchina e corre in ospedale, senza guardare il tachimetro della propria auto. Per la verità la velocità rilevata,159 km/h in un tratto dove il limite era 130 km/h, era ben superiore al massimo consentito. Vistosi multato, immaginiamo anche lo sconcerto, e la conseguente rabbia, e dunque il ricorso, nella fiducia di poter chiarire tutto. La motivazione del rigetto addotta dal giudice in primo grado appariva davvero troppo schematica: la paziente non era in pericolo di vita, quindi non era necessario correre così forte. C'è invece un altro precedente contrario all'automobilista sanzionato per mancato allacciamento della cintura di sicurezza; qualche anno fa, a Caserta, un automobilista multato protesta contro i vigili per la multa, adducendo una scusa precisa per il mancato allacciamento della cintura: un dolore toracico. I vigili confermano il verbale e per questo l'uomo fa ricorso al giudice di pace di Caserta, sostenendo di esser stato in stato di necessità a causa delle proprie condizioni di salute, riscontrate dal locale presidio ospedaliero. Il Comune di Caserta, costituendosi, nega che il dolore toracico (la cui esistenza era stata riferita ai sanitari), integrasse gli estremi della causa di giustificazione di cui all'articolo 4 della legge 689/1981, ossia lo stato di necessità. Il giudice respinge l'opposizione e questa decisione, in appello, viene confermata dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (sezione distaccata di Caserta) con decisione numero 47/2011, depositata il 14 gennaio 2011. L'automobilista non si arrende e ricorre per Cassazione, dove perde ancora.

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