Stupefacenti: considerazioni sull'ipotesi di lieve entità

Con la sentenza 20 Novembre 2007, n. 1692, la IV sezione penale della Suprema Corte affronta e offre risposta a due problemi interpretativi concernenti.Sono, infatti, posti all'attenzione del...

12 marzo 2008 - 14:01

Con la sentenza 20 Novembre 2007, n. 1692, la IV sezione penale della Suprema Corte affronta e offre risposta a due problemi interpretativi concernenti.

Sono, infatti, posti all'attenzione del Collegio, da un lato, i criteri ed i parametri che regolano la corretta applicazione della fattispecie regolata dal co V. dell'art. 73 dpr 309/90, dall'altro, l'incidenza della novella, portata dalla L. 49 del 2006, la quale, oltre ad altri plurimi effetti, ha modificato e ridotto sensibilmente il minimo edittale di pena relativo all'ipotesi dei co. 1 ed 1 bis del predetto articolo.

Venendo al primo tema, si deve osservare che i giudici di legittimità paiono optare, tout-court per l'adesione all'orientamento per il quale, ai fini di una corretta configurazione dell'attenuante dell' “ipotesi lieve”, si debba partire da un'affermazione ricognitiva della sostanziale equiparazione fra tutti i parametri che il legislatore ha inserito nel testo del co. V dell'art. 73 dpr 309/90.

Si tratta di una posizione generalmente già reiteratamente appalesatasi in giurisprudenza (V. ex plurimis sempre Sez. IV, che, in data 24 Febbraio 2005, n. 20556[1] ha affermato “L'attenuante speciale prevista dall'art. 73, comma quinto, D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, per i reati di produzione e traffico di stupefacenti, trova applicazione quando la fattispecie concreta risulti di trascurabile offensività, sia per l'oggetto materiale del reato, in relazione alle caratteristiche qualitative e quantitative della sostanza, sia per la condotta, riferibile ai mezzi, alle modalità e alle circostanze della stessa, per cui il vaglio in senso negativo anche di uno solo dei parametri di riferimento individuati dalla legge deve condurre ad escludere l'ipotesi del fatto di lieve entità”), ma che, al di là della ineccepibilità del ragionamento sul piano strettamente formale, non ha mai, di fatto, risolto il sospetto della sussistenza, (sempre e comunque), a livello ermeneutico, di una vera e propria predominanza e preponderanza dell'elemento ponderale, che viene “preferito” rispetto agli altri diversi fattori.

Vale a dire che, a fronte di un'affermazione di principio, in base alla quale tutti i paradigmi normativi, presenti nel testo della norma in questione, sarebbero manifestazione di un orientamento giuridico che conferisce loro medesima dignità probatoria, [sicchè apparirebbe sufficiente la disomogeneità anche di uno solo di essi per giustificare l'esclusione , sul piano oggettivo, della circostanza attenuante in parola], è progressivamente ed ineluttabilmente emersa, in realtà, nel contesto della quotidiana interpretazione forense, la decisività e pregiudizialità dell'esame concernente la qualità e, soprattutto, la quantità dello stupefacente.

Chi scrive ha avuto già modo di criticare la sussistenza e persistenza nella legislazione penale vigente, di un sistema ispirato ad un sorta di doppio binario, la cui palese contraddizione emerge indiscussa, laddove, nell'applicazione concreta viene vanificata la presunta par condicio fra dato nominalistico, strettamente afferente alla sostanza stupefacente, da un parte, e dato modale, strettamente attinente alla tipologia della condotta criminosa ed alla sua ideazione da parte dell'agente.

Va, infatti, rilevato che la supremazia e decisività, ai ricordati fini (puramente interpretativi e probatori), della disamina del dato quantitativo e qualitativo dello stupefacente, relativamente ad ogni altro diverso fattore contemplato dal co. V, da tempo è stata propugnata e definitivamente sancita in via giurisprudenziale.

Va ricordata, in proposito, la posizione assunta, giusto ormai dieci anni or sono, dalla Suprema Corte di Cassazione, Sez. VI, che, con la pronunzia del 4 Febbraio 1998, n. 2888, operò, infatti, senza pudori o false ipocrisie giuridiche, il riconoscimento e la precisa focalizzazione della superiore efficacia del cd. dato ponderale, attraverso l'individuazione di quelle situazioni nelle quali si possa ravvisare cospicuità o limitatezza del quantitativo dello stupefacente e ponendo criteri discretivi fra le stesse.

Il Collegio, sancì, pertanto, con la ricordata pronuncia, l'esistenza di una effettiva deroga al prevalente ed apparente principio testuale e generale della pari dignità di tutti gli elementi indicati nel comma V, e finì, dunque, per determinare l'assoluta prevalenza dell'elemento concernente il peso rispetto ad ogni altra componente soggettiva.

L'insegnamento dei giudici di legittimità si condensò, infatti, nella massima “In tema di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, al fine di valutare la sussistenza dell'attenuante prevista dal comma 5 dell'art. 73 d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309, ogni altra pur favorevole circostanza risulta priva di rilevanza per ritenere di lieve entità il fatto, qualora il dato ponderale superi il limite rappresentato da una soglia ragionevole di valore economico, mentre, in presenza di un quantitativo non cospicuo di sostanza, assumono valenza gli altri parametri legislativi (mezzi, modalità, circostanze dell'azione) i quali, ove siano suscettibili di determinare un non trascurabile allarme sociale, escludono la ravvisabilità della attenuante ad effetto speciale. L'attenuante prevista dall'art. 73 comma cit. ha peraltro natura oggettiva, e ciò toglie rilevanza, ai fini della sua applicabilità, agli stati emotivi, alle condizioni personali e alle qualità soggettive del colpevole e ai motivi che lo hanno determinato a commettere il reato”

Venendo, quindi, alla pronunzia in commento, appare non revocabile in dubbio la circostanza che, anche nella fattispecie sottoposta al vaglio della Corte di Cassazione, la configurazione dell'applicazione dell'attenuante della lieve entità sia stata intimamente e decisivamente correlata e fusa con la risoluzione del preliminare problema, cioè del tema relativo alla determinazione della quantità (e qualità) della droga detenuta dall'imputato, cui il giudice di merito è pervenuto nelle fasi antecedenti il giudizio di legittimità.

L'intervento della Corte Suprema, dunque, si sostanzia, per propria definizione e propria funzione naturale, in un'attività di puro controllo della correttezza e logicità dell'ermeneusi operata dal giudice di merito, relativamente all'operatività della circostanza attenuante nel caso concreto e, eventualmente, della coerenza intrinseca ed estrinseca della motivazione che la sentenza di merito adduce, in relazione ai principi di diritto, allo stato, vigenti.

In pratica, il principio statuito dalla Corte, nella sentenza in commento, si risolve nel pieno recepimento di una decisione della Corte d'appello di Torino, la quale appare, all'esito dello scrutinio operato, insuscettibile di censura sul piano formale, anche se può non essere condivisibile nella sostanza,

Si verte, infatti, nella fattispecie in una situazione di detenzione di gr. 11 lordi di cocaina, con gr. 6,18 di principio attivo, e tale, quindi, da legittimare, diversamente dall'opinione della Corte territoriale, un modesto numero di dosi, dato aritmetico armonizzabile con un giudizio di limitata offensività della condotta detentiva, così accertata.

Tant'è, però, che dinanzi alla dimostrazione di un percorso valutativo, adottato dal giudice di secondo grado, che appaia intrinsecamente coerente e, quindi, supportato da un impianto esplicativo che sia del tutto immune da vizi logici, la possibilità di una censura da parte della Corte Suprema risulta del tutto esclusa.

Comunque la si pensi, rimane un imbarazzo di fondo, per chiunque intenda cercare un filo conduttore che lo aiuti a districarsi coerentemente all'interno dei plurimi paradigmi dettati dal co. V-

A parere di chi scrive, infatti, parrebbe opportuno che si potesse addivenire, (pur in un contesto di elasticità e mantenimento del libero apprezzamento del magistrato) all'elaborazione di parametri matematici che possano permettere di superare situazioni discrasiche.

Allo stato attuale, infatti, il giudizio concernente la rilevanza e l'apprezzabilità del profilo ponderale è troppo legato a sentiments e rumors soggettivi, che variano spiccatamente a seconda della latitudine e del contesto sociale in cui opera il giudice, nonché delle convinzioni soggettive e culturali di quest'ultimo.

Un minimo tentativo di oggettività, quindi, non guasterebbe.

Il secondo argomento trattato dalla Corte riguarda la successione nel tempo di leggi penali e la consequenziale applicazione della norma più favorevole all'imputato.

La Corte di Cassazione si sofferma, dunque, sulla circostanza che l'entrata in vigore della L. 49 del 21 Febbraio 2006, attraverso l'accorpamento di tutte le sostanze nella tabella I, ha determinato l'unificazione del regime sanzionatorio attinente alle condotte previste dai co. 1 ed 1 bis dell'art. 73, con correlativa abrogazione dei regimi distintivi previgenti fra droghe pesante e droghe leggere.

Ulteriore elemento di novità – e specifico nella fattispecie che ci occupa – è quello della riduzione del minimo edittale di pena, passato da 8 anni a 6 anni.

Sicchè, la Corte Suprema, sull'abbrivio di un motivo di ricorso della difesa, che lamentava la non prossimità della sanzione in concreto inflitta al minimo edittale, ha ben potuto dare corso all'applicazione del co. IV dell'art. 2 c.p., norma che esalta il principio del favor rei, con rinvio al giudice di merito per la rideterminazione della pena.

Avvocato in Rimini – Consulente Asaps

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[1] (rv. 231352), Cianchetta, CED Cassazione, 2005
[2] Stupefacenti: lieve entità e ingente quantità, Carlo Alberto Zaina, Maggioli Editore – 2007, pagg. 409
[3] Gottardo, in CED Cassazione, 1998

fonte e sentenza

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