Redditometro: se compri un'auto di lusso, anche a rate, sei un evasore

La Corte dà ragione al Fisco, che contestava a un contribuente l'acquisto di un'auto da 60.000 euro, con un reddito di 30.000

28 luglio 2016 - 10:00

Con la sentenza n.14405, depositata il 14 luglio 2016, la VI sezione civile della Suprema Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, che aveva impugnato una decisione della Commissione Tributaria Regionale della Liguria, la quale aveva annullato un avviso di accertamento nei confronti di un contribuente. Quest'ultimo, che non si è costituito nel procedimento davanti alla Suprema Corte, aveva dichiarato redditi poco superiori ai 24.000 euro, e aveva al contempo acquistato un'immobile come abitazione principale e un'autovettura AUDI da 60.000 euro, tramite finanziamento. La CTR Liguria aveva considerato una sentenza della Commissione Provinciale che ricalcolava il reddito in 30.000 euro, e la prova che l'auto fosse stata acquistata tramite finanziamento, come elementi sufficienti a rendere ingiustificato l'accertamento. Ma gli Ermellini non concordano: una volta applicato l'art. 38, D.P.R. N. 600/73, che consente al Fisco di controllare la congruità delle dichiarazioni partendo da dati certi e di intervenire con accertamento nel caso ci siano incongruità per due annualità di seguito, è il contribuente a dover dimostrare che il maggior reddito determinato sinteticamente dal Fisco è costituito da “redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta”.

REDDITO ESIGUO, ACQUISTI APPARISCENTI La vicenda di questo contribuente preso di mira dall'Agenzia delle Entrate è abbastanza frequente. Nonostante le dichiarazioni da ceto medio-basso, il malcapitato, oltre ad acquistare un'abitazione di proprietà, si era nello stesso anno permesso il lusso di un'automobile da ricchi, marca AUDI, costo 60.000 euro. Finito sotto il faro del Fisco, si è difeso bene: le Commissioni Tributarie Provinciale e Regionale, rideterminando il reddito sì come superiore a quello calcolato dall'Agenzia delle Entrate, ma comunque inferiore a quello necessario per far scattare le sanzioni, avevano annullato l'avviso di accertamento. Purtroppo per lui però, gli Ermellini la pensano diversamente, e rinviano nuovamente alla Commissione Regionale la causa perchè verifichi se il contribuente può fornire la prova dei redditi presuntivamente non dichiarati.

PARTITO L'ACCERTAMENTO, TOCCA AL CONTRIBUENTE SMARCARSI Il ragionamento della Corte si ancora alla questione dell'onere della prova, nell'ambito dell'applicazione dell'art. 38, D.P.R. n. 600/73. Tale norma consente di presumere il reddito dei contribuenti, attraverso elementi e circostanze certe, come ad esempio, le spese per incrementi patrimoniali. Così, attraverso l'utilizzo di parametri di valorizzazione, c.d. redditometro, il Fisco può determinare il reddito necessario a garantire la possibilità di far fronte a tali spese. Come già dichiarato dalla stessa Suprema Corte di recente (Cass. 8995/2014), la prova contraria che deve fornire il contribuente a fronte di un accertamento induttivo sintetico consiste nella documentazione inerente i redditi presuntivamente accertati, inerente il fatto che siano esenti o soggetti a ritenuta alla fonte, e persino il fatto che questi redditi siano effettivamente serviti per sostenere le spese di incremento del patrimonio. Nel caso di specie, le Commissioni Tributarie provinciale e regionale si sono limitate a considerare non più legittimo l'accertamento, sulla scorta della determinazione giudiziale di un reddito abbastanza congruo da non configurare il presupposto dello “scostamento per due annualità”, unitamente alla circostanza che l'acquisto di automobile era stata “alimentata da indebitamento”. Ma ciò per gli Ermellini non è una corretta applicazione dei principi di diritto, quindi la sentenza della CTR Liguria va annullata.

L'ONERE DELLA PROVA PER IL CONTRIBUENTE E' DIABOLICO Quando si tratta della lotta tra Agenzia delle Entrate e evasione fiscale, è costume nazionale schierarsi con fervore da una parte o dall'altra, solitamente in accordo con la propria tipologia di contribuzione (le partite IVA da una parte, i dipendenti dall'altra). Il caso in commento poi, che riguarda l'acquisto di un'auto di lusso per un contribuente con un basso reddito dichiarato, fa pensare alle statistiche sugli imprenditori che dichiarano redditi al limite dell'indigenza e il numero dei SUV che solcano le strade del nostro paese. Però, al di là delle proprie convinzioni personali, bisogna pur considerare che la normativa richiamata in sentenza, così come applicata in base alla giurisprudenza ivi richiamata, prevede per il contribuente finito nel mirino del Fisco un carico piuttosto pesante. Non solo infatti, si trova inchiodato da un modello matematico, che in quanto tale soffre l'eccesso di generalizzazione, ma deve inoltre dar prova documentale di redditi che il modello matematico dice ci debbano essere per forza, e addirittura di come questi redditi siano stati nella sua disponibilità al momento delle spese ritenute soverchie. Il rapporto Stato-contribuenti appare, visto da questa prospettiva, come quello tra un padre severo e assente e i figli, ribelli e disobbedienti. E' un limite che prima o poi dovremo superare, magari con una profonda riforma fiscale.

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