Pedone imprudente falciato in autostrada: non è omicidio colposo

La Cassazione annulla una sentenza di condanna per l'automobilista investitore, focalizzando il giudizio sul grado di imprudenza del pedone

15 giugno 2015 - 11:00

La Corte di Cassazione, sezione IV penale, con la sentenza n. 24217, depositata il 5.6.2015, ha censurato una sentenza della Corte D'Appello di Salerno che aveva condannato per omicidio colposo un automobilista che aveva investito un pedone sulla A3. La condanna in appello si era basata principalmente sulla base di due rimproveri: il non aver mantenuto una velocità adeguata (art. 141 C.d.S.) e il non aver acceso le luci di profondità in una situazione di scarsissima visibilità. Gli Ermellini non concordano: perché sussista una responsabilità bisogna ricostruire quale fosse la condotta dell'agente modello e fare un confronto. Tale confronto, nel caso di specie, non evidenzia alcuna colpa dell'investitore, mentre deve ritenersi del tutto imprevedibile la presenza di un pedone, senza indumenti catarifrangenti, nel mezzo della carreggiata autostradale.

UN INCIDENTE TIRA L'ALTRO, TROPPA IRRESPONSABILITA' – La vicenda evidenzia che nelle diverse condotte emerge una stessa caratteristica, l'irresponsabilità (leggi le istruzioni per non finire uccisi in autostrada). La vittima aveva l'auto in panne dopo essersi schiantato contro un guard rail, in seguito a un sorpasso azzardato; come se non bastasse, dopo l'incidente se ne stava tranquillamente in mezzo alla carreggiata, come non fosse pericoloso. Quanto all'investitore, al di là della condotta che precede l'evento, oggetto dell'esame della Suprema Corte, val la pena di dire che è stato condannato per omissione di soccorso, non essendosi fermato dopo l'urto come prescrive il C.d.S., ma anche il buon senso e la coscienza civica, quando ci sono. Bisogna tuttavia puntualizzare che l'investitore non stava viaggiando a velocità elevata (90km/h), né aveva effettuato particolari manovre, che avessero favorito la collisione con il pedone.

TRE GRADI DI GIUDIZIO, ESITI ALTALENANTI – In primo grado si compiono tutti gli accertamenti tecnici per stabilire con la maggior precisione possibile i dettagli della dinamica. Come detto, l'investitore andava a 90 km/h, mentre il limite era 110. Entra in gioco la questione delle luci di profondità (abbaglianti): dovevano essere usate? E a quale velocità sarebbe stato possibile evitare l'impatto con gli abbaglianti accesi? La risposta è stata la seguente: le luci di profondità non dovevano essere accese e anche lo fossero state, l'auto avrebbe dovuto viaggiare a una velocità di 40 km/h per evitare l'impatto, e ciò non è possibile in autostrada. Tale posizione viene sovvertita dalla Corte d'Appello, che invece incentra il proprio giudizio sulla violazione dell'art. 141 C.d.S. (dovere generico di adeguare la velocità), ritenendo che la mancanza di illuminazione avrebbe dovuto imporre una minore velocità e l'uso delle luci di profondità, secondo una diversa interpretazione dell'art.153 C.d.S. Le argomentazioni dei Giudici di secondo grado, impugnate nel ricorso per motivazione insufficiente e mancata valutazione dell'imprevedibilità del comportamento della vittima, non convincono la Suprema Corte, che annulla e rinvia alla medesima Corte d'Appello, indicando i criteri cui attenersi nel successivo giudizio.

L'AGENTE MODELLO E IL COMPORTAMENTO ALTERNATIVO LECITO – Secondo gli Ermellini, le motivazioni offerte dalla Corte d'Appello non sono sufficienti. Non viene delineata quale sarebbe stata la condotta del c.d. “Agente Modello”, quale sarebbe stato il “comportamento alternativo lecito”. Si dà invece una interpretazione “aprioristica” dell'art. 141 C.d.S., che non può essere ridotto a un automatismo. In particolare, la norma, che impone di adeguare la velocità alle condizioni di veicolo, della strada e del traffico, e che impone di tenere il veicolo in grado di evitare ostacoli prevedibili, non è certamente mirata a prevenire situazioni come quella in esame. La presenza di un pedone vicino alla linea di mezzeria di un'autostrada a due corsie, a prescindere dalla presenza di un veicolo in panne, non è una circostanza “prevedibile”, secondo i Giudici di Piazza Cavour. Di conseguenza, è inesigibile una condotta diversa da quella tenuta dall'investitore, cui non può rimproverarsi nulla, con riguardo alla produzione del tragico evento. Di queste considerazioni, sopra riportate sinteticamente, dovrà ora tenere conto la Corte d'Appello di Salerno, che deciderà in diversa composizione.

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