Patente sospesa perché omosessuale: lo Stato deve risarcire

Dichiara di essere gay alla visita militare e gli levano la patente. Per la Cassazione: Stato omofobico, 20.000 euro di risarcimento sono pochi!

26 gennaio 2015 - 9:00

Alla fine, stravince Danilo Giuffrida. La cui storia è da incubo: nel 2001 gli rifiutarono la patente perché, essendo gay, non aveva i requisiti psicofisici necessari. Venne sottoposto alla revisione della patente (nuova visita medica di idoneità) come se l'omosessualità pregiudicasse i requisiti fisici necessari per condurre un veicolo. Lui ricorse al TAR, che gli diede ragione. Nel 2008, il Tribunale stabilì che aveva diritto a un risarcimento per l'offesa subita, almeno 100.000 euro, mentre a Catania i giudici decisero di no: bastano 20.000 euro. Pochi giorni fa, è intervenuta la Cassazione (terza sezione civile, sentenza 1126/2015): la gravità dell'offesa è evidente, il ragazzo è stato vittima di un vero e proprio (oltre che reiterato) comportamento di omofobia.

QUANTI SOLDI BALLANO – In primo grado, oltre alla discriminazione, il ragazzo aveva lamentato una lesione della privacy (per la segnalazione fatta dai medici militari alla Motorizzazione). La Cassazione stabilisce che il risarcimento di 20.000 euro riconosciuto dalla Corte di appello di Catania (contro i 100.000 riconosciuti in primo grado e i 500.000 chiesti nel ricorso iniziale) è ingiustificatamente esiguo e rinvia la causa a quella di Palermo. Morale: deciderà Palermo (e non Catania), e di sicuro serviranno molti più quattrini per risarcirlo, altro che 20.000 euro. Il punto è che la Motorizzazione, per dargli la patente, richiedeav una visita speciale. “Non capivo perché – racconta Giuffrida -. Mi sono fatto accompagnare da mia madre in questo posto che era tipo un centro di igiene mentale. Ero lì in mezzo a uno senza un occhio, a della gente senza un braccio, ad altri che erano sordi. Mi fanno questa visita e salta fuori che io sono omosessuale e che la Motorizzazione è stata informata dalla Marina militare. Poi mi danno questo documento che dev'essere rinnovato ogni anno, come a vedere se io guarisco o peggioro, che ne so. È quando ho visto quello che mi sono infuriato”. Per iniziare, la Marina militare, violando la legge della privacy, informa la Motorizzazione che tale Danilo Giuffrida è gay. Quindici anni dopo, l'avvocato del ragazzo, d'intesa col cliente, fa scoppiare il caso, dopo aver indetto una conferenza stampa. Quindi, la battaglia legale, sino alla Cassazione.

L'INDENNIZZO CRESCE – Il risarcimento, spiega sul Sole 24 Ore Maurizio Caprino, era stato ridotto in secondo grado perché sarebbero mancati elementi per considerare il danno subìto tanto grave da giustificare la somma riconosciuta: in fondo – secondo la Corte d'appello – l'interessato aveva solo dovuto sottostare a una convocazione della Commissione medica provinciale per l'accertamento dell'idoneità alla guida. La privacy non sarebbe stata lesa, perché gli atti sono solo stati trasmessi da un ufficio pubblico a un altro, quindi la loro conoscibilità era limitata. E infatti la vicenda è finita nelle cronache perché era stato il ragazzo a denunciarla ai media. Inoltre, sarebbe mancata la dimostrazione della gravità delle sofferenze patite. La Cassazione sbaraglia queste argomentazioni ricordando che la sola esistenza della discriminazione sessuale (mai messa in discussione) è un grave vulnus alla personalità. Un orientamento basato sull'inviolabilità già attribuita dalla Cassazione al diritto di espressione della propria identità sessuale (sentenza 24513/2006) e confermato dalla Corte UE già nel 1981 (sentenza Dudgeon/Regno Unito).

MA QUALE RISERVATEZZA – Il fatto che la pratica sia stata trattata solo da uffici pubblici non è garanzia di riservatezza: in caso di ricorso, com'è stato in questo caso, una notizia del genere avrebbe fatto clamore anche senza la denuncia ai media da parte dell'interessato. “Stupisce che nel 2001 – dice Caprino – i medici siano stati così solerti, in un Paese in cui invece le malattie davvero pericolose per la guida restano un segreto tra il paziente e il professionista. Tanto che, per esempio, 10 anni dopo il Dlgs 59 ha dovuto introdurre uno specifico obbligo di segnalazione, per giunta in capo a limitate categorie di medici”. C'è pure l'obbligo di segnalare il caso di coma grave, introdotto nell'articolo 130 del Codice della strada, dalla riforma del 2010.

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