patente sospesa illegittimamente: nessun risarcimento all'automobilista

Nonostante la prova di un'ingiusta sospensione della patente, la Cassazione nega il risarcimento del danno a un automobilista calabrese

3 novembre 2011 - 12:40

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22508 del 28 ottobre 2011, ha ribadito un importante principio riguardante il danno subito dall'utente della strada cui sia stata ingiustamente comminata la sanzione della sospensione della patente. Per la Suprema Corte il danno non è automatico, ma va provato in ogni sua parte.

SOSPESA PER DUE MESI. Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, un automobilista calabrese si era visto sospendere la patente per due mesi, a causa di un errore della Pubblica Amministrazione. Per questo era ricorso davanti al Giudice di Pace, che aveva condannato il Ministero dell'Interno a risarcire all'automobilista 600 euro, per il tempo trascorso senza poter guidare. I Giudici di Piazza Cavour hanno però cassato la sentenza del Giudice di Pace, richiamandosi ai principi già espressi da costante giurisprudenza (Cass. SS.UU. n. 500/1999, Cass. nn 27498/2006, 17680/2006, 21850/2007), in materia di danni da lesioni di interessi legittimi.

BISOGNA PROVARE IL DANNO – In sostanza il principio chiarito è che la sospensione ingiusta della patente non causa un danno “in via automatica”, bensì è necessario che il danneggiato provi che ricorrono una serie di elementi, senza i quali non vi può essere risarcimento. Innanzitutto il danneggiato deve provare di aver subito un concreto pregiudizio per non aver potuto utilizzare la propria patente, non bastando l'ovvio fastidio dato dall'immeritata privazione. In secondo luogo deve provare che il danno è ingiusto, ossia che incide su un interesse rilevante dell'ordinamento. Terzo, deve provare che la sospensione illegittima è dipesa direttamente da un errore della P.A.. Infine, deve provare che la P.A. abbia agito con dolo o colpa.

UNA PROVA DIABOLICA. In sostanza, quando si è vittima di una sanzione ingiustamente comminata, conviene tenersi lo smacco. Una volta ottenuto l'annullamento della stessa, meglio voltare pagina. Le prove richieste dalla Cassazione per ottenere un risarcimento del danno sono difficili da portare, a partire dalla prova di aver subito un pregiudizio per non aver potuto guidare. Si pensi a colui che trova soluzioni alternative, come il recarsi sul luogo di lavoro insieme a colleghi, o l'utilizzo dei mezzi pubblici, che tra parentesi costa meno dello spostarsi con la propria auto. O si pensi agli studenti, che difficilmente proveranno di aver subito un pregiudizio suscettibile di valutazione economica dal non aver guidato per un periodo di tempo. Se si considera che le altre prove richieste dai Giudici di legittimità sono ancora più difficili da fornire, viene da pensare che converrà quasi sempre lasciare perdere. D'altronde è evidente che non si può paragonare l'attività sanzionatoria della P.A. alle attività svolte dai privati. Gli interessi in gioco sono molto più complessi e forse, considerando l'animo litigioso degli italiani, meglio mettere paletti all'italico spirito di rivalsa contro la P.A., onde evitare fiumi di richieste da coloro che riescano a provare di essere stati puniti ingiustamente. Anche se, forse, questa volta i paletti sono stati troppi.

di Antonio Benevento

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