L'etilometro dice "volume insufficiente?? Condanna annullata

La Cassazione chiarisce come deve considerarsi il caso in cui l'etilometro dà come risposta "volume insufficiente?

15 luglio 2016 - 11:00

Con la sentenza n. 23520 del 7 giugno 2016, La IV sezione penale della Suprema Corte di Cassazione fa un po' di chiarezza su un particolare caso di esito ambiguo dell'alcoltest. Si tratta del caso in cui l'alcoltest dia contestualmente il messaggio “volume insufficiente” e valori alcolemici penalmente rilevanti. Si trattava di un automobilista fermato in Friuli, sospettato di ebbrezza per via di una guida anomala. Ebbene, l'etilometro aveva restituito, nelle due prove svolte, due valutazioni penalmente rilevanti, ma anche il messaggio di errore integrato dalla dicitura “volume insufficiente”. Poiché il malcapitato presentava anche “alito vinoso”, in primo e secondo grado, venne condannato per ebbrezza grave ai sensi dell'art. 186, comma 2, lett. c), C.d.S.. Ma la difesa dell'automobilista non si è data per vinta e ha portato vari argomenti fino in Cassazione. Di tali argomenti, quello più ovvio, ma anche più incisivo, ovvero la sottovalutazione del messaggio di errore “volume insufficiente” nei giudizi di primo grado e appello, coglie nel segno e la sentenza viene annullata con rinvio. Il principio affermato dalla Corte è che quando vi è un risultato di “volume insufficiente” all'etilometro, solo in remote ipotesi di elementi sintomatici tali da indurre la certezza di essere in presenza di ebbrezza grave, il conducente può essere condannato penalmente, mentre nella generalità dei casi il reato non potrà configurarsi.

L'ANDATURA A ZIG ZAG, IL FERMO, IL “VOLUME INSUFFICIENTE” La vicenda emerge dalla sentenza degli Ermellini in modo abbastanza chiaro, ma con alcuni aspetti che rimangono controversi. Nella esposizione dei fatti la pronuncia in commento riporta di un automobilista fermato a causa di un'andatura a zig zag, di due prove spirometriche con esito di 1.15 e 1.12 g/l, ma con la contestuale emissione di messaggio di errore “volume insufficiente”, nonchè dell'”alito vinoso” del fermato. Da questi fatti, espone la sentenza, è scaturita una condanna per ebbrezza grave in primo grado poi confermata in appello. Un primo aspetto controverso è la qualificazione del reato, come ebbrezza grave, ovvero lo scaglione massimo indicato dall'art. 186, comma 2, lett. c). Tale scaglione infatti va da 1.5 g/l in su. Non sappiamo se non ci sia stato un errore in fase di redazione della sentenza, perchè di un'eventuale errore nella qualificazione del reato non si parla mai, né sembra un argomento utilizzato dalla difesa. Ad ogni modo la difesa dell'automobilista ottiene il risultato per altra via. Coglie infatti nel segno il motivo di ricorso che evidenzia la violazione di legge per non aver dato prova sufficiente dell'ebbrezza, in assenza di elementi sintomatici, a parte l'alito vinoso e in presenza di registrazione di “volume insufficiente”. La Cassazione annulla e rimette in appello.

IL “VOLUME INSUFFICIENTE” IN GIURISPRUDENZA Gli Ermellini, presentano un resoconto degli orientamenti giurisprudenziali sull'applicazione dell'art. 186 C.d.S. in caso di registrazione da parte dell'etilometro di “volume insufficiente”, alla prova spirometrica. Un primo orientamento ritiene che la “dicitura “volume insufficiente” contrasta insanabilmente con la contestuale indicazione, presente sugli scontrini, relativa al valore relativo al tasso alcolemico registrato” ( Cass. n. 35303/13). Secondo questo indirizzo, neppure la presenza di elementi sintomatici quali alitosi alcolica, occhi lucidi, instabilità e eloquio impastato può dare rilevanza penale alla condotta di guida in presenza del predetto messaggio di errore. A questo orientamento se ne contrappone poi un secondo, per cui invece la dicitura “volume insufficiente”, in assenza di fattori condizionanti l'emissione d'aria (quali patologie atte a incidere sulle capacità respiratorie del soggetto), non può essere ritenuta tale da rendere l'esito dell'esame dell'alcoltest inattendibile. Al massimo possono condurre alla configurazione del reato di cui all'art. 186, comma 7 (rifiuto di sottoporsi al test). (Cass. 1878/2014). Tra i due orientamenti, la Suprema Corte boccia il più severo, e corregge il tiro di quello più “garantista”, imponendo un esame del caso motivato con più rigore. Non è infatti ammissibile per la Corte, che il “volume insufficiente” sia sintomo di errore di rilevazione solo quando si debba a una malattia che coinvolge la capacità respiratoria: o è segno di errore, o non lo è. Né può essere accettata l'alternativa tra validità del test e integrazione del reato di rifiuto dell'accertamento. Tale ipotesi infatti ricorre solo in presenza di un chiaro atteggiamento ostativo del conducente. In conclusione, la Corte attribuisce un grande peso al caso in cui l'etilometro dia come risultato “volume insufficiente”, ancorchè con valori di alcolemia importanti, poiché in presenza di tale anomalia si deve ritenere che l'apparecchio non funzioni correttamente; tuttavia, riabilitando l'importanza degli elementi sintomatici, correggendo quindi il tiro dell'orientamento che vede come nullo in ogni caso l'alcoltest con “volume insufficiente”, ammette che questi possono anche condurre alla rilevanza penale della condotta di guida, benchè si tratti di “un'evenienza statisticamente remota ma non per questo soltanto teorica”.

ANCORA TROPPA IMPORTANZA AI SINTOMI Il problema, quando si tratti di leggi repressive della guida in stato di ebbrezza, è sempre quello di trovare un giusto equilibrio tra severità e rispetto dei principi che governano il nostro diritto penale, tutti improntati al “favor” per l'imputato. A parere di chi scrive, se c'è un ambito in cui il rischio di calpestare i principi del diritto penale si acuisce, è proprio quello dell'importanza data, ahimè, dallo stesso codice della strada, a prove non scientifiche e alle percezioni soggettive degli agenti. La giurisprudenza penale sull'art. 186 C.d.S. soffre di eccessiva eterogeneità, già con riferimento al solo utilizzo dell'etilometro, perchè si tratta di un test praticato sul posto, senza garanzie sulle modalità di effettuazione, e con molti dubbi sulla regolarità di funzionamento e sull'efficacia dello strumento. Ma tant'è, senza, non si combatte il c.d. “drunk driving”. Figuriamoci come presta il fianco alle obiezioni degli avvocati difensori, una modalità di rilevazione dello stato di alterazione, totalmente affidata alla percezione soggettiva degli agenti verbalizzanti. Alla cui rilevazione va applicata anche la tara di eventuali tensioni e conflittualità che spesso nascono al momento del fermo, per eccesso di zelo o di insofferenza di controllori e controllati. Insomma, forse sarebbe stato meglio non dare a questo tipo di rilevazioni nemmeno l'idoneità “statisticamente remota” a qualificare la condotta di guida come penalmente rilevante. La giurisprudenza, per fortuna, va restringendo l'ambito di rilevanza della percezione dei sintomi (leggi qui il caso in cui i sintomi non sono bastati a detrminare la condanna), ma qui la Corte ha perso un occasione per restringere ulteriormente quello spazio di arbitrarietà, che contrasta inevitabilmente con i principi del nostro diritto penale.

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