La strage sull'A26: il colpevole è in carcere, ma…

Qualche considerazione su un arresto che forse avrebbe potuto avvenire prima. Ma anche sulla gestione di un'emergenza autostradale che non sembra aver funzionato a dovere

18 agosto 2011 - 15:26

Improvviso ripensamento della Procura di Alessandria che, dopo aver escluso il carcere per l'automobilista che sabato scorso, guidando contromano e ubriaco sull'A26, aveva provocato la morte di quattro giovani francesi in un frontale, martedì ne ha invece disposto l'arresto. Alcuni lettori, giustamente, hanno scritto a SicurAUTO chiedendo come sia possibile che la magistratura prima lasci a piede libero il responsabile di un episodio così grave affermando che “in questi casi l'arresto non è previsto” e solo pochi giorni dopo cambi completamente idea e lo rinchiuda in carcere. Ecco com'è andata.

PERCHÈ NON È FINITO IN PRIGIONE SUBITO… – Il primo provvedimento è stato spiegato dal procuratore capo di Alessandria, Michele Di Lecce, all'indomani della tragedia: «Per il nostro ordinamento, per ora, questo resta un omicidio colposo e per tale reato l’arresto è previsto solo nel caso che il responsabile fugga e che quindi sia colpevole anche di un'omissione di soccorso. Ma ciò non è accaduto». Benissimo. Ma si sarebbe forse potuto ricorrere alla carcerazione cautelare? No, perché essa è prevista solo se ricorrono il pericolo di fuga, quello di reiterazione del reato o quello di inquinamento delle prove. Nella fattispecie, la Procura ha ritentuto che nessuno dei tre fosse concreto: non il primo, perché l'imputato risiede e lavora ad Alessandria; non il secondo, perché la patente gli è stata subito sospesa e quindi non poteva più guidare; non il terzo, perché la meccanica dell'incidente è risultata da subito chiarissima e non “inquinabile”. A nostro parere, però, solo la terza motivazione era valida. Per quanto riguarda le altre due, è il caso di ricordare che non è infrequente il caso di imputati con rilevanti interessi in Italia che fuggono ugualmente all'estero per non rispondere delle loro colpe (l'imputato, Ilir Beti, è di nazionalità albanese, ed era sensato ritenere che avesse interessi e conoscenze in Albania in grado di agevolare la sua eventuale fuga), mentre è ancora più frequente che persone private della patente continuino a guidare imperterrite.

…E PERCHÉ C'È ANDATO DOPO – Ilir Beti è stato incarcerato alle 11 di martedì perché è cambiato uno dei capi d'imputazione: da omicidio colposo, lesioni colpose e guida in stato di ebbrezza, reati che non prevedono l'arresto, si è passati (mantenute le altre due imputazioni) all'omicidio volontario, che invece lo prevede. Tuttavia, per rendere credibile l'ipotesi di omicidio volontario, il Gip di Alessandria, Stefano Moltrasio, ha dovuto includere nell'ordinanza di custodia cautelare anche il concetto di “dolo eventuale”, chiamando in causa precedenti sentenze. In pratica, ha ipotizzato che l'imputato avesse la precisa consapevolezza di tenere una condotta di guida che avrebbe potuto pregiudicare la sicurezza stradale e quindi provocare il disastro che in effetti si è poi verificato. Un'ipotesi suffragata da numerose evidenze: benche il suo tasso alcolemico nel sangue fosse di 1,51 g/l (oltre tre volte il limite ammesso), Ilir Beti non è apparso alterato dall'alcol subito dopo l'incidente. Quindi, sostiene ora il Gip, era consapevole di essere in autostrada (infatti aveva invertito la marcia dopo essere transitato al casello d'ingresso e prima di transitare per quello d'uscita), di procedere contromano, di guidare a oltre 100 km l'ora e di condurre un veicolo che, per il suo peso, avrebbe potuto provocare gravi danni in caso di incidente. Insomma, l'automobilista non avrebbe adottato alcuna precauzione per scongiurare l'eventualità di un incidente. Da qui, il dolo. A suo sfavore, hanno giocato anche alcuni precedenti significativi: una condanna per guida in stato di ebbrezza e una denuncia per minacce a un altro automobilista, aggredito da un Beti che, a quanto pare, brandiva un cacciavite.

I FATTI ERANO GIÀ NOTI – A parte la faccenda dei precedenti, però, è il caso di rilevare che tutte le circostanze che hanno permesso di cambiare il capo d'imputazione erano note alla magistratura già all'indomani dell'incidente, e questo proprio perché la meccanica del sinistro era già chiara subito dopo il suo verificarsi. In altre parole, a nostro parere si sarebbe potuto procedere all'arresto fin da subito o già il 14 agosto, cioè il giorno dopo il tragico scontro, senza far passare altri tre giorni. Un periodo di tempo durante il quale non sono mancate le proteste e l'indignazione, sia dell'opinione pubblica italiana, sia, soprattutto, di quella francese, che non ha perso l'occasione di interrogarsi sul funzionamento della giustizia italiana e di commentare duramente una decisione che ha lasciato a piede libero per qualche giorno un irresponsabile che ha stroncato quattro giovani vite. Resta l'impressione, sgradevolissima, che la magistratura abbia agito non sulla scorta di fatti già noti che quasi certamente avrebbero potuto giustificare un'azione immediata, ma sulla spinta dell'onda emozionale provocata dal tragico evento. La stessa onda che ha spinto il ministro dell'Interno Roberto Maroni a pronunciarsi sulla necessità di istituire il famoso reato di omicidio stradale del quale tanto si parla senza peraltro approdare (finora) a nulla. Ora, tra l'altro, il pubblico ministero dovrà anche darsi molto da fare per sostenere adeguatamente un'accusa che vede molte sentenze favorevoli alla tesi del “dolo eventuale”, ma anche numerosi pronunciamenti contrari.

DOV'ERANO LE PATTUGLIE? – Dal punto di vista giuridico, dunque, vedremo come andrà a finire. Ma intanto c'è da rilevare che la folle corsa contromano dell'Audi Q7 di Ilir Beti era stata segnalata da ben 13 telefonate disperate di altrettanti automobilisti che avevano allertato il 113, ma durante i 20 o più km percorsi in almeno 10 minuti il Suv non s'è imbattuto in alcuna pattuglia in grado di fermarlo. Eppure, si era nel weekend di ferragosto, cioé nel pieno dell'esodo estivo, un periodo durante il quale le pattuglie delle forze dell'ordine in servizio sulle autostrade dovrebbero essere ben più frequenti del solito. Al momento non siamo a conoscenza della presenza o meno di avvertimenti agli automobilisti lanciati attraverso i pannelli a messaggio variabile presenti in autostrada, ma nel caso tali messaggi non siano stati inseriti, ciò sarebbe un'ulteriore prova del fatto che nemmeno sotto questo aspetto la gestione dell'emergenza sull'A26 ha funzionato come avrebbe dovuto.

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