Incidenti stradali: il risarcimento spetta anche al parente non convivente

Interessante pronuncia della Corte di Cassazione sconfessa un orientamento che limitava ai conviventi il risarcimento del danno parentale

17 novembre 2016 - 12:00

Un nuovo capitolo nella delicata vicenda del risarcimento del danno da morte è stato scritto dalla Suprema Corte, III sezione civile, con la sentenza n. 21230 del 20.10.2016. Una nonna era deceduta in un sinistro stradale, e alcune nipoti hanno chiesto un risarcimento per la perdita della loro congiunta. Sia in primo che in secondo grado, Tribunale e Corte d'Appello di Roma hanno rigettato la domanda, sulla base di una certa giurisprudenza, che aveva negli anni precedenti introdotto un requisito molto restrittivo perchè potesse riconoscersi un risarcimento da morte del congiunto ai parenti non facenti parte della c.d. famiglia nucleare: la convivenza. Ma i Giudici di Piazza Cavour rilevano innanzitutto che la famiglia come società naturale protetta dall'art. 29 Cost. Non può ridursi a quella “nucleare”, prova ne è che anche i nonni hanno diritti e doveri verso i nipoti e viceversa, e soprattutto, rilevano che “la convivenza è un elemento estrinseco, transitorio e del tutto casuale…di per sé poco significativo”, come tale inidoneo ad essere preso a parametro per valutare la sussistenza di un danno nei parenti che perdono il congiunto per colpa altrui.

TRE NIPOTI PERDONO LA NONNA: NIENTE RISARCIMENTO Una signora muore in un incidente, trasportata sull'auto condotta dal marito. Cose che purtroppo succedono, e succedono ancora troppo spesso. Quando muore una donna al centro di numerosi legami parentali, come una nonna di più figli e più nipoti, lascia un vuoto che colpisce diverse persone, diversi soggetti giuridici. Nel caso di specie tre nipoti hanno richiesto all'assicurazione del veicolo, sul quale la nonna aveva perso la vita, il risarcimento da perdita del rapporto parentale, ma non l'hanno ottenuto né dall'assicurazione, né dal Tribunale di Roma, né dalla Corte d'Appello della capitale. I giudici di merito hanno dato rilievo al fatto che le nipoti non convivevano con la nonna, considerando la convivenza necessaria per provare un legame valido con un parente non facente parte del proprio ristretto legame familiare. Ma ora gli Ermellini ribaltano il verdetto.

IL DANNO DA MORTE NON PUO' CONDIZIONARSI ALLA CONVIVENZA La Suprema Corte coglie qui l'occasione per fare un'analisi su quali siano i soggetti indennizzabili in caso di perdita del congiunto, partendo dal concetto di famiglia. Secondo l'art. 2059 c.c. va risarcito colui che vede leso un “diritto inviolabile”, come ad esempio, il diritto ai rapporti familiari. Ma di quale famiglia stiamo parlando? Non certo della “famiglia nucleare” (madre, padre e figli), tanto è vero che i rapporti tra nonni e nipoti sono oggetto di diverse disposizioni normative volte a garantire diritti e obblighi tra di loro. Quindi la famiglia dev'essere intesa in senso più largo, senza tanto meno subordinare la validità del legame parentale, quindi la risarcibilità della sua perdita, al requisito della convivenza, come ha fatto la Corte d'Appello di Roma. Gli elementi che costituiscono il legame familiare, la solidarietà e il sostegno affettivo ed economico, così come possono esservi in un legame tra parenti non conviventi, possono anche non esservi in due parenti conviventi, essendo “la convivenza un elemento estrinseco, transitorio e del tutto casuale…di per sé poco significativo”. Inoltre, chiosano gli Ermellini, se si ritenesse che nipoti e nonni, per la morte del congiunto, siano risarcibili quando c'è convivenza, si introdurrebbe un arbitrario automatismo. E gli automatismi, nel risarcimento del danno alla persona, sono inaccettabili, come chiarito dalle note sentenze “gemelle” SSUU del 2008, dette “di San Martino” (per approfondire il divieto di automatismi dopo le sentenze di San Martino, leggi qui).

IL LEGAME PARENTALE VA VALUTATO BENE Il tema del risarcimento del danno alla persona soffre di una strana forma di schizofrenia: da un lato c'è il terrore di legittimare troppe richieste danni, che impone di fissare degli steccati, dall'altro il terrore per gli steccati, che provocano distorsioni. Il danno da perdita del congiunto si valuta pescando nella sfera più intima della persona, quella dell'affettività profonda. Ma l'affettività presenta due problemi: non è automatica e può essere simulata. Per questo diventa difficile fare “controlli” sulla “consistenza” di un legame parentale. Ma non ci si deve rassegnare ad accontentarsi di luoghi comuni, bisogna consentire a ciascuno, che abbia perso un congiunto per colpa altrui, di richiedere il ristoro della perdita, fornendo adeguate prove della profondità del legame parentale. Appare dunque utile e corretta questa decisione della Suprema Corte, che smonta un pericoloso automatismo, quello della convivenza come sintomo di profondità del legame, che se da un lato esclude dal risarcimento parenti meritevoli che hanno davvero subito una grave perdita, dall'altro farebbe risarcire, in linea teorica, colui che progetta l'assassinio dei propri genitori, ma non può attuarlo perchè questi muoiono in un incidente stradale. Bisogna che i giudici vadano a fondo nelle valutazioni, senza appoggiarsi troppo ai luoghi comuni.

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