Incidente stradale: risarcimento senza incertezze per i congiunti

La Corte di Cassazione censura le corti di merito che avevano tagliato il risarcimento per i parenti stretti di vittime della strada

24 novembre 2011 - 11:35

La Corte di Cassazione, III sezione civile, in diversa composizione, emette le sentenze nn. 24016, del 16 novembre e 24082 del 17 novembre 2011, con le quali accoglie i ricorsi di stretti congiunti di persone uccise in incidenti stradali, censurando le motivazioni delle Corti territoriali che avevano troppo frettolosamente ridotto gli importi, non tenendo conto dei criteri con i quali la giurisprudenza accorda il risarcimento del danno per la perdita di persone care.

IL DANNO MORALE NON PUO' SCOMPARIRE NEL BIOLOGICO – Con una prima sentenza, depositata in cancelleria il 16 novembre 2011, i Giudici di Piazza Cavour accolgono il ricorso di padre, madre e fratello di un ragazzo palermitano di 17 anni, travolto sulle strisce pedonali da un autobus, e morto poche ore dopo. I tre congiunti della vittima avevano ottenuto in primo grado un risarcimento sia del danno biologico, in tre importi di diversa entità, sia del danno morale, liquidato equitativamente nella misura di 500 milioni di lire ciascuno. La Corte d'Appello di Palermo, interpretando le norme sul risarcimento del danno alla persona in applicazione dei confusi criteri introdotti con le famose “Sentenze di San Martino” (SS.UU. 26972 e ss. del 2008), aveva ridotto ai minimi termini proprio il danno morale, ritenendo di dover liquidare il solo danno biologico in forma “onnicomprensiva”, nella misura rispettivamente di 67.000 euro per il padre, 52.000 euro per la madre e 140.000 euro per il fratello del defunto. Il ricorso dei parenti viene accolto dalla Corte di legittimità per vizio di motivazione della sentenza della Corte d'Appello di Palermo. Nell'applicazione di un importo unitario per il danno biologico, i Giudici di secondo grado avrebbero dovuto spiegare i criteri con i quali sono pervenuti a una tale riduzione degli importi, chiarendo se hanno inteso ricomprendere il danno morale, o il danno psichico, nel danno biologico, e dunque se il danno biologico riconosciuto in primo grado fosse davvero pressoché sufficiente a coprire anche altri tipi di pregiudizio conseguenti alla perdita del congiunto. Invece la Corte d'Appello di Palermo si è limitata a scrivere che il danno biologico fosse già stato “adeguatamente personalizzato”. Per questo la sentenza è stata cassata e a decidere sarà la stessa Corte d'Appello in diversa composizione.

NON DEVONO DIMOSTRARE L'INSORGENZA DI PATOLOGIE – Con la seconda sentenza, depositata il giorno dopo in diversa composizione, la Suprema Corte si pronuncia nuovamente sul tema del danno parentale. Nella sentenza n. 24082 gli Ermellini hanno deciso sul ricorso di un padre che aveva perso la figlia in un incidente stradale e che aveva impugnato la sentenza della Corte d'Appello di Catanzaro contestando la quantificazione del “danno riflesso”, ovvero il danno subito dai parenti stretti di chi trova la morte in un incidente stradale. In questo caso è stata oggetto di censura da parte dei Giudici della Suprema Corte la motivazione che la Corte d'Appello aveva addotto a fondamento della sua decisione, e in particolare il convincimento che il congiunto avrebbe dovuto provare l'insorgenza di una vera e propria patologia quale diretta conseguenza della morte della figlia. Citando la precedente giurisprudenza di Cassazione (SS.UU. 9556/02 e Cass. n.10823/07), i Giudici di Piazza Cavour indicano nel semplice fatto dello stretto vincolo di vita familiare, della coabitazione e della frequentazione tra i congiunti e la vittima quando era ancora in vita, la prova sufficiente di un “danno proprio” del parente, che deve trovare liquidazione equitativa in quanto conseguenza diretta del fatto dannoso. Anche questa sentenza è stata perciò cassata e la decisione sarà presa dalla stessa Corte d'Appello di Catanzaro in diversa composizione.

CONFUSIONE SUL DANNO ALLA PERSONA – Le sentenze sul danno parentale sopra citate, come tutte le sentenze sul danno alla persona, si trovano sempre a dover far luce sui criteri secondo i quali il Giudice debba pervenire al cosiddetto “integrale risarcimento”. Dalla fine del 2008, da quando la Sezioni Unite della Suprema Corte hanno emesso le controverse “Sentenze di San Martino”, tra i Giudici di ogni grado, e tra tutti gli operatori giuridici, regna una grande confusione su cosa sia l'integrale risarcimento, e su come vada quantificato il danno non patrimoniale. Le sentenze di San Martino hanno imposto la fine degli automatismi, il favore per la personalizzazione, ma soprattutto quel concetto di onnicomprensività del danno biologico (quello che consegue alla lesione del diritto alla salute, e che si quantifica con le tabelle), che per tali cruciali sentenze ricomprenderebbe tutti gli altri. Nel calderone del danno biologico, che era fino al 2008 pacificamente inteso come quello da invalidità permanente e inabilità temporanea, sono finiti anche il danno morale, il danno da vita di relazione, il danno estetico, e chi più ne ha più ne metta. L'intento della Suprema Corte era evitare le “duplicazioni risarcitorie”, evitare insomma che per lo stesso pregiudizio fossero liquidate due somme, e a questo fine ha voluto imporre la “personalizzazione”. Così, se soffri perché un ubriaco ti ha distrutto la macchina e distorto la schiena, devi provare che hai una sofferenza psichica o morale, altrimenti ti devi accontentare del danno che dicono le tabelle. Prima non era così. Prima ogni fatto che configurasse astrattamente un reato (come gli incidenti stradali che contengono astrattamente il reato di lesioni colpose), generava il diritto al riconoscimento di un danno morale, dato dalla sofferenza che si prova per aver subito un'ingiustizia, non dal male al collo, o al braccio, o da altre lesioni del corpo. Con il 2008, decenni di costruzione giurisprudenziale e legislativa del risarcimento del danno alla persona sono rimaste “ferite” da un principio nuovo e alieno al nostro ordinamento, che non ha ancora cessato di causare difficoltà interpretative, confusione sull'applicazione delle norme, questioni di legittimità costituzionale e contrasti tra leggi e sentenze. L'unico faro, che permette ancora alle autorità giudiziarie di prendere decisioni rispettose delle sofferenze causate dalla circolazione stradale, è il principio dell'integrale risarcimento, che nella sua indefinitezza viene sparso dalle Corti come un balsamo, qua e là, sulle ferite del nostro ordinamento. In attesa che qualcuno tra il Legislatore, la Corte Costituzionale e le Sezioni Unite della Cassazione, metta ordine nella materia.

di Antonio Benevento

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