Il guard rail è troppo basso e muore: il tribunale nega risarcimento

Strana sentenza del Tribunale di Roma: la perizia dice che il guard rail non era a norma, ma il Comune va esente da ogni responsabilità

14 marzo 2014 - 8:00

Con la sentenza n. 2670/14 del 4 febbraio 2014 (di cui trovate copia in allegato), la sez. XIII del Tribunale di Roma, nella persona del Dott. Massimo Moriconi, nega il risarcimento ai parenti di un ragazzo rimasto vittima di un incidente stradale, nel quale la sua auto era uscita di strada e si era schiantata contro un albero. Nonostante per il Consulente Tecnico di Ufficio la dinamica fosse pesantemente condizionata dalle dimensioni ridotte del guard rail, il Giudice capitolino si avvale del (quasi mai utilizzato) potere di “giudicare il lavoro dei periti” e smentisce le conclusioni cui era pervenuto il consulente del Tribunale. Per il Giudice di primo grado, la responsabilità dell'incidente è “senza se e senza ma” del ragazzo defunto, perchè andava a una velocità molto superiore al consentito. Con un piglio quasi punitivo nei confronti dei parenti della vittima, li Giudice chiude infine la sentenza con la condanna al pagamento delle spese legali non solo del Comune di Roma, chiamato direttamente dai danneggiati a rispondere in giudizio, ma anche dei terzi chiamati dal Comune, Fondiaria Sai e Italcostruzioni S.r.l..

UNA DINAMICA POCO CHIARA – Cosa sia veramente successo la sera dell'incidente, avvenuto nel settembre 2006, non è stato mai chiarito del tutto. C'erano due macchine, c'è stato un sorpasso, il ragazzo che poi morì perse il controllo del veicolo che, urtando il guard rail, si impennò, schiantandosi contro un albero. A quanto pare l'auto andava a velocità elevata. Perchè il conducente perse il controllo del veicolo non si è mai saputo. Ma il punto cruciale era stabilire se il fatto che il guard rail non fosse a norma, bensì più basso di circa 30 cm rispetto a quanto prescritto dalla legge, abbia inciso, ovvero se con strutture contenitive a norma di legge il veicolo condotto dalla vittima sarebbe rimasto in strada, senza “volare” contro un albero, con il conseguente esito fatale per il conducente.

LA PERIZIA CONFIGURA UNA RESPONSABILITA' DEL COMUNE – Il consulente nominato dal Giudice, il c.d. C.T.U., a conclusione di una serie di complessi calcoli, giunge ad affermare che “probabilmente” se il guard rail fosse stato alto 75 cm, come prescritto dalla legge, anziché di 45 cm, l'incidente avrebbe avuto “un esito diverso”. Logico che a questo punto il Comune di Roma, che aveva infranto le norme sul controllo e sulla manutenzione delle strade (Articolo 14 – Poteri e compiti degli enti proprietari delle strade del C.d.S.), avrebbe dovuto essere condannato, almeno in via concorsuale, a risarcire i parenti della vittima. Invece no. Il Giudice, che prende in mano il fascicolo a giochi già fatti, in conseguenza delle rotazioni tra magistrati prescritte dall'ordinamento, sconfessa in toto il perito nominato dal suo predecessore e financo la stessa ammissione della CTU tecnico modale, chiudendo, con toni inusualmente perentori, ad ogni ipotesi di risarcimento.

LA PROBABILITA' NON BASTA…”SENZA SE E SENZA MA” – Chi è abituato a leggere sentenze, non può non trovare forzati i toni usati dal Tribunale di Roma nella sentenza in commento. Ad opinione di chi scrive, essi sono da considerarsi addirittura inopportuni, visto che si tratta di decidere della responsabilità per la morte di un ragazzo, e che a chiedere di accertare la responsabilità del gestore della strada sono i parenti che lo piangono. Non si vede infatti che bisogno ci fosse, ammesso e non concesso che le carte processuali lo consentissero, di definire “improbabili” i tentativi di attribuire la responsabilità al gestore della strada, o “deplorevole” la condotta del ragazzo defunto. Tanto più in presenza di una perizia che dà per probabile l'incidenza causale della irregolarità del guard rail nella produzione dell'evento mortale. La predetta forzatura si riflette, con esiti contestabili sul piano della correttezza del ragionamento giuridico, laddove il Tribunale di Roma, nella persona del Giudice Unico Dott. Moriconi, dovendo tener conto delle conclusioni del C.T.U., afferma, dopo aver dichiarato che il decesso della vittima sia riconducibile “senza se e senza ma” alla condotta della stessa, che “non si possono fondare condanne sulla base di forse e di probabile”. Il Giudice sembra in questo caso utilizzare i criteri di accertamento propri del diritto penale, dove l'imputato è innocente a meno che non si provi la colpevolezza “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Ma nel diritto civile, per accertare il nesso causale tra condotte ed eventi che abbiano rilievo giuridico nei rapporti tra privati, ormai da oltre trent'anni, si utilizza di norma il criterio del “più probabile che non” (c.d teoria della causalità adeguata), che adopera il metodo proprio delle leggi scientifiche, basate appunto su criteri probabilistici. Insomma, nel campo del diritto civile ben si può fondare una sentenza di condanna sulla probabilità, purchè si raggiunga quel grado definito dalla giurisprudenza come del “più probabile che non”. Viene da chiedersi se il Giudice abbia semplicemente confuso il criterio penale con quello civile, oppure se ha dovuto trovare un escamotage per smontare gli esiti di una C.T.U. che evidentemente non condivideva.

UNA SENTENZA PUNITIVA?  – SicurAUTO.it, per mezzo di chi scrive, ha sottolineato molte volte come l'applicazione del 2051 c.c. proietti nelle vicende legate ai rapporti tra cittadini danneggiati e Pubblica Amministrazione, le convinzioni politiche, sociali, o etiche degli interpreti del diritto. Si tratta di decidere se i cittadini abbiano diritto di pretendere che gli spazi pubblici siano sicuri e quindi di chiedere il conto quando a causa della mancanza di sicurezza riportano dei danni, oppure se i cittadini debbano badare meglio a loro stessi, perchè lo Stato non può tenere sotto controllo tutto il demanio, specie oggi che mancano i soldi. Questo accade comunque ogni volta che si decide se il 2051 c.c., contenente una norma molto severa per il “custode”, quindi per gli enti pubblici, debba applicarsi o meno. Le sentenze sulla responsabilità del gestore di spazi pubblici per i danni dei cittadini, quindi, recano sempre un contenuto “morale”, anche quando il giudice rimanga, nei toni, il più asciutto possibile. Nella sentenza in commento questo contenuto morale è inopportunamente esplicitato, al punto che il Tribunale sembra trattare alla stregua di “speculatori” gli inconsolabili parenti di un ragazzo morto sulla strada. Questo “schiaffo” si riflette poi anche nella decisione sulla condanna alle spese: i parenti della vittima vengono infatti condannati non solo al pagamento delle spese legali del Comune di Roma, ma anche dei terzi chiamati in causa proprio ovvero la compagnia assicuratrice e l'impresa edile che si occupa della manutenzione della strada. Non è questo lo spazio adatto per indagare dal punto di vista giuridico la correttezza di tale aspetto decisionale della sentenza, ma si può senz'altro dire che una decisione diversa e meno gravosa per i parenti della vittima, era certamente possibile. D'altronde, se per il Tribunale di Roma i parenti che chiedono di accertare se un guard rail irregolare possa aver causato la morte di una vittima della strada, fanno “tentativi improbabili”, è coerente scoraggiare loro, quelli come loro e, soprattutto, gli avvocati, con una condanna particolarmente pesante anche dal punto di vista economico.

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