Esce di strada e muore alla “curva maledetta”: la P.A. non ha colpa

La Cassazione respinge il ricorso dei genitori per il figlio uscito fatalmente di strada in una curva già teatro di incidenti: la colpa è stata sua

19 febbraio 2014 - 7:00

Interessante pronuncia della Suprema Corte in tema di responsabilità del gestore della strada. Con la sentenza n. 2692/14 del 6.2.2014, la terza sezione civile della Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei genitori di un automobilista che ha perso la vita, perdendo il controllo del veicolo e uscendo di strada, in una curva tristemente nota per precedenti fatti analoghi. Nei precedenti gradi di giudizio il Tribunale di Ferrara prima, e la Corte d'Appello di Bologna poi, avevano già rigettato la richiesta danni degli eredi dell'automobilista deceduto. Per questi ultimi la Provincia di Ferrara, ente gestore della strada, avrebbe dovuto provare di aver adottato sufficienti cautele per evitare che in quel tratto di strada si verificasse il fatale evento, ma non lo ha fatto. Gli Ermellini confermano la posizione assunta dalle Corti Territoriali, riconoscendo nella mancanza di prudenza dell'automobilista un'autonoma e sufficiente causa delle evento, tale da integrare quell'ipotesi di caso fortuito che sgrava il custode della strada di ogni responsabilità.

LA CURVA, LA PIOGGIA, GLI INCIDENTI, I GUARD RAIL MANCANTI – La difesa dei genitori dell'automobilista rimasto vittima dell'incidente ha poggiato fin dall'inizio su alcuni concetti. In sintesi, secondo tale difesa, in situazioni come quella non basta indicare che si tratta di una curva pericolosa per rendere gli automobilisti edotti delle condizioni della strada, ma è necessario indicare meglio il pericolo e disporre adeguate misure di sicurezza, come l'apposizione di guard rail per evitare che i veicoli uscissero di strada. A corroborare la prova della pericolosità del tratto di strada in cui era avvenuto l'incidente, i genitori del defunto hanno portato anche l'esistenza di precedenti analoghi.

LA CASSAZIONE TAGLIA CORTO: ANDAVA TROPPO FORTE – Senza andare troppo a fondo nei complessi rapporti tra condotta del danneggiato e danno da cosa in custodia, valutazioni “squisitamente di merito” e quindi incensurabili in sede di legittimità, gli Ermellini bocciano tutto l'impianto difensivo dei genitori ricorrenti e tagliano corto: “la strada non presentava alcuna imperfezione, esisteva un segnale stradale di pericolo, di curva pericolosa, la strada era bagnata, la velocità tenuta dalla vittima era significativamente inadeguata”. Con questa lapidaria descrizione del caso in esame, la Suprema Corte coglie l'occasione per richiamare i principi di diritto che evidenziano il peso dell'imprudenza del danneggiato e in particolare enuncia il seguente principio: “il proprietario di una strada non è responsabile, ai sensi dell'art. 2051 c.c., degli infortuni occorsi ai fruitori di quest'ultima, ove sia provata l'elisione del nesso causale tra la cosa e l'evento, quale può aversi, in un contesto di rigoroso rispetto di eventuali normative esistenti o comunque di una concreta configurazione della cosa in condizioni tali da non essere in grado di nuocere normalmente ai suoi fruitori avveduti e prudenti, nell'eventualità di accadimenti imprevedibili ed ascrivibili al fatto del danneggiato stesso – tra i quali una sua imperizia o imprudenza – o di terzi.” Al di là dello stile contorto utilizzato dagli Ermellini, quel giorno non particolarmente fortunati nell'esposizione dei concetti, il principio è noto e corrisponde al vecchio adagio “chi è causa del suo mal pianga se stesso”.

LE PRONUNCE IN QUESTO CAMPO HANNO RIFLESSI “POLITICI”- Non possiamo addentrarci nei dettagli del caso di questo automobilista sventurato, e dei suoi poveri genitori che hanno perso la battaglia per vedere condannato un colpevole diverso dal loro figlio. Ma possiamo senz'altro registrare l'atteggiamento della Suprema Corte che ha, con una certa facilità, applicato i principi che incentrano sulla condotta del danneggiato l'accertamento del danno da insidia stradale, quando l'applicazione rigorosa dell'art. 2051 c.c., dovrebbe innanzitutto imporre una concentrazione sull'oggettiva responsabilità del custode, ritenendo il comportamento del danneggiato come caso residuale di esimente. La giurisprudenza della Suprema Corte ha, in questo campo, riflessi politici, perchè se è vero che gli enti pubblici che gestiscono le strade sono già in difficoltà per tante ragioni e gravarle del costo dei risarcimenti può essere deleterio, è altrettanto vero che lo spettro dei risarcimenti è un buon pungolo per spingere la P.A. a compiere la necessaria manutenzione delle strade, cruciale per la sicurezza di tutti gli utenti.

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