Corte Cassazione Civile, sezione seconda – Sentenza n. 19577/2009

Circolazione stradale - Artt. 203 e 204 del Codice della Strada - Ricorso al Prefetto - Se il prefetto, a seguito del ricorso indirizzatogli dal trasgressore non adotta l'ordinanza ingiunzione nei ...

9 febbraio 2010 - 0:00

Circolazione stradale – Artt. 203 e 204 del Codice della Strada – Ricorso al Prefetto – Se il prefetto, a seguito del ricorso indirizzatogli dal trasgressore non adotta l'ordinanza ingiunzione nei termini previsti dalla normativa vigente, “il ricorso si intende accolto”, poichè il procedimento di ricorso al prefetto non deve necessariamente essere concluso con un provvedimento espresso.

FATTO E DIRITTO

Il giudice di pace di Roma con ordinanza del 22/23 giugno 2005 dichiarava inammissibile la domanda proposta da L. P. avverso il Comune di Roma e il Ministero dell'Interno al fine di far dichiarare l'estinzione della sanzione amministrativa di cui al processo verbale n. (OMISSIS) relativo a violazione del codice della strada.

L. ha proposto ricorso per Cassazione, notificato il 20 giugno 2006 e illustrato con memoria.

Il Comune di Roma ha resistito con controricorso.

Avviata la trattazione con il rito previsto per il procedimento in Camera di consiglio, il procuratore generale ha chiesto l'accoglimento del ricorso perche' manifestamente fondato.

Il ricorso espone due motivi:
A) violazione dell'art. 100 c.p.c. e vizio di motivazione, per avere il giudice di pace erroneamente applicato “la procedura speciale” ex L. n. 689 del 1981, sebbene il giudizio fosse inteso ad ottenere declaratoria di accertamento della insussistenza del diritto delle Amministrazioni di escutere la sanzione amministrativa e rimuovere la situazione di incertezza creatasi a seguito della circostanza che il prefetto non aveva risposto al ricorso amministrativo tempestivamente proposto dal ricorrente dopo la notifica del verbale di accertamento di infrazione al codice della strada.

B) violazione della L. n. 689 del 1981 e della L. n. 241 del 1990 (art. 2) e relativo vizio di motivazione, con riferimento sia alla legittimita' della istanza volta a rimuovere l'incertezza determinatasi sulla sanzione amministrativa, sia all'obbligo dell'autorita' amministrativa di adottare un provvedimento espresso.

Va in primo luogo osservato che non e' stata erronea la trattazione della causa da parte del giudice di pace con il rito di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 22 ancorche' la controversia sia stata instaurata con atto di citazione.

In forza di detta norma, richiamata per le sanzioni riguardanti violazioni del codice della strada dal D.L. n. 285 del 1992, art. 205, appartengono infatti alla competenza per materia del pretore, e oggi del giudice di pace, tutte le controversie in cui venga in contestazione la legittimita' della irrogazione della sanzione amministrativa, ivi comprese quindi quelle di impugnazione del verbale di accertamento o della cartella esattoriale o svolte con domanda di accertamento negativo della pretesa sanzionatoria (cfr. Cass. 265/2000).

In secondo luogo risulta irrilevante la mancata trattazione dalla causa in udienza, che non ha formato oggetto di censura. Ne' risulta denunciato alcun vizio di omessa pronuncia o di ultrapetizione ai sensi dell'art. 112 c.p.c. al quale ha fatto riferimento il PG nelle conclusioni scritte.

I due motivi di ricorso, da esaminare congiuntamente, sono manifestamente infondati.

La difesa del Comune di Roma ha puntualmente rilevato che la sentenza impugnata ha omesso di considerare l'esistenza della disposizione di cui all'art. 204, comma 1 bis, come modificato dal D.L. 27 giugno 2003, n. 151, art 4, comma 1 quinquies convertito in L. 1 agosto 2003, n. 214.

Essa prevede che se il prefetto, a seguito del ricorso indirizzatogli dal trasgressore non adotta l'ordinanza ingiunzione nei termini previsti di cui all'art. 203 e all'art. 204, comma 1, “il ricorso si intende accolto”.

Pertanto, nel caso in esame, che corrisponde al paradigma teste' descritto, non sussisteva alcun incertezza soggettiva od oggettiva in ordine alla situazione generatasi “in seguito alla mancata risposta del prefetto” al ricorso inoltratogli il 22.12.2003. Come opportunamente rilevato dal giudice adito, il L. non aveva alcun interesse a ricorrere, risultando gia' definita a suo favore la contestazione insorta con la notifica del verbale di accertamento.

Peraltro la giurisprudenza di questa Corte ha gia' insegnato (cfr Cass. 4819/93) – e in questa occasione giova ribadire – che L'art. 100 c.p.c. richiede la sussistenza dell'interesse ad agire per proporre una domanda giudiziale. Tale interesse assume rilievo particolare nelle azioni dichiarative o di mero accertamento, perche' consente di distinguere i casi in cui esse sono ammesse dalle ipotesi nelle quali l'attivita' giurisdizionale non puo' essere invocata.

L'interesse ad agire in mero accertamento va riconosciuto quando sussiste una incertezza giuridica oggettiva ed attuale che la proposizione dell'azione e' idonea ad eliminare. Per quanto attiene a quest'ultimo aspetto (idoneita' dell'azione proposta ad eliminare la situazione di incertezza), va osservato, invero, che il giudizio chiesto deve avere la possibilita' di conseguire un risultato giuridicamente apprezzabile. Come tale non puo' qualificarsi l'astratta soluzione di questioni poste per i possibili ed eventuali riflessi che l'accertamento giudiziale potrebbe avere in altri giudizi.

A cio' consegue che l'incertezza in ordine al fatto se una certa attivita' puo' essere lecitamente compiuta ovvero va considerata illecita (perche' assoggettata dall'ordinamento a sanzioni penali o a sanzioni amministrative punitive) non puo' essere eliminata mediante una pronunzia civile meramente dichiarativa (della liceita' o illiceita' della condotta considerata), perche' tale accertamento forma oggetto specifico di un processo penale ovvero di un giudizio civile instaurato avverso il provvedimento irrogativo della sanzione amministrativa.

Su tali ultimi giudizi la pronunzia civile che fosse dichiarativa della liceita' o illiceita' della attivita', infatti, non potrebbe avere alcun effetto giuridicamente rilevante, essendo del tutto ininfluente sugli stessi. Quindi la pronunzia dichiarativa chiesta al giudice civile si rivela inutile per la eliminazione della incertezza sulla portata della norma punitiva (in senso lato) (cosi' in motivazione la sentenza citata, che leggesi in Rass. avv. Stato 1993, 2^, 1, p. 229).

Parimenti nel caso di specie non sussisteva alcun interesse a ricorrere preventivamente per far emergere la liceita' della condotta dell'automobilista, atteso che la infrazione accertata non era stata sanzionata in tempo utile e che comunque la declaratoria conseguita non avrebbe escluso la necessita' di impugnare un'eventuale ordinanza ingiunzione illegittimamente emessa in contrasto con il disposto dell'art. 204 C.d.S., comma 1 bis.

Queste considerazioni danno risposta anche alle deduzioni di cui al secondo motivo di ricorso, che sono da disattendere, sia perche' la tesi secondo cui il procedimento di ricorso al prefetto deve necessariamente essere concluso con un provvedimento espresso, L. n. 241 del 1990, ex art. 2 contrasta con la previsione normativa introdotta nel 2003, sia per il costante insegnamento della giurisprudenza in ordine al rapporto tra legge sul procedimento amministrativo e procedimento ex L. n. 689 del 1981.

Le Sezioni Unite di questa Corte hanno gia' ad altro proposito chiarito (SU 9591/06) che i procedimenti regolati dalla L. 24 novembre 1981, n. 689, costituiscono un sistema di norme organico e compiuto e delineano un procedimento di carattere contenzioso scandito in fasi i cui tempi sono regolati in modo da non consentire, anche nell'interesse dell'incolpato, il rispetto delle disposizioni di cui alla L. n. 241 del 1990.

Tale principio trova puntuale attuazione anche con riferimento al regime previsto in ordine alla decisione implicita di accoglimento del ricorso amministrativo di cui alla modifica codicistica introdotta nel 2003, prima dell'esordio della vicenda per cui e' causa.

Discende da quanto esposto il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente alla refusione delle spese di lite, liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna alla refusione alla controparte costituita delle spese di lite, liquidate in Euro 400,00 per onorari, 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

 

fonte – semaforoverde.it

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