Ciclista cade su una grata rotta: niente risarcimento dal comune

La Cassazione prende una posizione interessante: nega il risarcimento a un ciclista caduto su una grata comunale cui mancavano due sbarre

6 giugno 2013 - 8:00

La Corte di Cassazione, terza sezione civile, con sentenza depositata il 16 maggio 2013, n. 11946, ha rigettato il ricorso di un ciclista che aveva riportato danni per una caduta causata da una grata presente sulla strada, cui mancavano due sbarre. La ruota anteriore si incastrava, il ciclista cadeva, faceva causa al Comune di Genazzano (RM), ma, dopo un primo successo davanti al Tribunale di Roma, il danneggiato si vedeva negare il risarcimento dalla Corte d'Appello prima, e dalla Cassazione poi. Centrale per gli Ermellini è la mancata prova della natura di “insidia”, in particolare la mancata prova della invisibilità della grata e dunque della impossibilità per il ciclista, usando la normale diligenza, di evitare la “trappola”. Si tratta di un cambio di rotta? A quanto pare Piazza Cavour sposta l'ago della bilancia nei casi di danni da insidia stradale: per anni l'indice è stato puntato contro la P.A., ora la Suprema Corte chiede più prove ai danneggiati, per concedere il risarcimento.

LA GRATA, IL TERRICCIO, TUTTO INUTILE – Quando si parla di biciclette, gli animi si scaldano o si raffreddano, anche in funzione della consuetudine dell'interlocutore all'utilizzo delle due ruote. E' noto infatti che in Italia i ciclisti godono di poca considerazione, se si confrontano le piste ciclabili delle città italiane con quelle delle metropoli di altri paesi Europei, specie quelli del nord. Masselli di pavè sollevati, buche, rotaie di tram, ciclabili che si interrompono di continuo: i percorsi dei ciclisti in Italia sono probabilmente adrenalinici, di sicuro scomodi e pericolosi. Chissà se i Giudici della Corte d'Appello e della Cassazione, nel caso di specie, sono ciclisti. Di certo c'è che non è bastato che il danneggiato dimostrasse che nella grata mancavano due sbarre (una vera e propria trappola), né che addirittura la grata “insidiosa” fosse coperta da terriccio. Secondo gli Ermellini, ad agosto in pieno giorno il ciclista aveva tutte le possibilità di vedere la grata ed evitarla, conducendo la bici con più diligenza.

DANNO DA FATTO ILLECITO E RESPONSABILITA' DA CUSTODIA – Appare interessante l'impostazione della Corte, che tratta il caso principalmente come danno illecito ai sensi dell'art. 2043 c.c. (la norma generale sulla responsabilità da fatto illecito), non spendendo che poche parole sulla non configurabilità della responsabilità oggettiva da cosa in custodia, disciplinata dall'art. 2051 c.c.. Ciò che cambia, se si applica la norma di cui all'art. 2051 c.c., o quella più generale della responsabilità da fatto illecito, è l'onere della prova, ovvero la difficoltà di provare il proprio diritto al risarcimento, che nel caso di responsabilità del custode, è minore. In altre parole, se il danneggiato deve provare che l'insidia era nascosta, che dalla pericolosità della cosa in sé è derivato il danno, oltre naturalmente al danno patito, ne esce un quadro giuridico che tutela senza dubbio meglio la Pubblica Amministrazione. In altre occasioni al danneggiato era bastato provare il danno, e l'astratta pericolosità della cosa, e l'aveva sfangata. Ora gli Ermellini, in segno di cambiamento, tornano a parlare soprattutto di 2043 c.c., di mancanza di diligenza del danneggiato, di prevedibilità del pericolo. Vedremo se sarà un caso isolato, o se la crisi ridurrà anche le possibilità di avere un risarcimento, per i danni causati dalla pessima condizione in cui si trovano molte delle strade pubbliche.

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