Suzuki e la disfatta cinese

La filiale cinese Suzuki ha gravi problemi, dovuti alla mancata integrazione tra le due joint venture costituite insieme ad altrettanti produttori locali. Dimezzate le vendite rispetto ai programmi

23 dicembre 2010 - 6:00

Nell'immaginario collettivo di molti il mercato dell'auto cinese è una specie di eldorado dove chiunque può trovare spazio e fare affari d'oro. Anche Suzuki la pensava così, ma le difficoltà molto serie che il costruttore nipponico sta incontrando in Cina dimostrano chiaramente che anche sul promettente mercato del gigante asiatico gli errori possono costare cari.

KIZASHI FLOP – Non molto tempo fa l'ex-boss Suzuki in Cina, Hiroshi Tarumoto aveva dichiarato che i piani della sua azienda erano di chiudere il 2010 con 500 mila vetture vendute. Con l'anno ormai agli sgoccioli, invece, le ultime previsioni indicano che Suzuki lo archivierà con appena 260 mila esemplari. Il simbolo della disfatta è l'ammiraglia del gruppo, la berlina Kizashi, che nella capitale Pechino pare sia stata piazzata in appena 50 esemplari. Non sono noti i risultati della Kizashi nel resto del Paese, ma si può presumere che siano altrettanto fallimentari, e di fronte a un flop così clamoroso e a risultati complessivi del marchio dimezzati rispetto ai programmi, Tarumoto, a torto o a ragione ritenuto responsabile del disastro, è stato richiamato in patria. Il suo siluramento segue quelli di Fujio Masuzuka e di Shunmyo Hashimoto, anch'essi destituiti in passato.

INTEGRAZIONE FALLITA – Quali sono I motivi per cui Suzuki non riesce a decollare in un mercato cinese i cui numeri sembrano avere le ali ai piedi e frantumano un record dopo l'altro? Le ragioni della débacle risiedono nella mancata integrazione delle due aziende partecipate da Suzuki of China insieme a due gruppi locali, un tempo grandi produttori di armi e oggi parzialmente riconvertiti alla produzione automobilistica: Changhe e Chang'an. Le due aziende sono dapprima diventate rispettivamente Changhe Suzuki e Chang'an Suzuki, a loro volta confluite come sussidiarie in un unico mega-gruppo, Chang'an Automotive Group (CAG), partecipato a sua volta da Suzuki. Ma nonostante i ripetuti sforzi dei manager nipponici che si sono succeduti nella guida filiale cinese di Suzuki, l'integrazione tra i due gruppi di fatto non è mai avvenuta, in particolare per quanto riguarda il delicato aspetto della distribuzione dei veicoli tramite i concessionari.

LOTTE INTESTINE – Quelli che facevano capo a Chang'an Suzuki erano prima focalizzati su modelli popolari prodotti localmente (l'economica Alto, la piccola Swift e il Suv SX4), che in Cina si vendono abbastanza bene e garantiscono buoni margini, mentre i concessionari Changhe Suzuki si occupavano della distribuzione di modelli che sul mercato cinese non raggiungono i successi degli altri (Jimny, Vitari e Kizashi), importati dal Giappone e quindi poco competitivi nel prezzo. Ovviamente i concessionari che facevano capo a Chang'an non sono stati affatto felici di veder scendere i loro margini di guadagno per colpa dei modelli di scarso successo prima distribuiti solo dai colleghi di Changhe. A peggiorare le cose c'è il fatto che i due principali concessionari dei due gruppi presenti in una città importante come Shanghai si trovano vicinissimi l'uno all'altro e il secondo, meglio capitalizzato e strutturato, riesce a vendere le sue vetture a prezzi inferiori a quelli del primo, che a un certo punto ha smesso di vendere i modelli poco remunerativi. Insomma, tra due aziende che invece dovrebbero oggi collaborare nello stesso grande conglomerato è scoppiata la guerra e la competizione s'è estesa come un contagio ovunque siano presenti i concessionari che prima facevano capo rispettivamente ai due gruppi.

NUOVE ALLEANZE? – In queste condizioni, è logico che l'auspicata integrazione sia stata minata alla base da conflitti insanabili e che a farne le spese siano state le vendite complessive del marchio Suzuki. Per aumentarle, la casa ha recentemente annunciato che crearà dei centri di vendita diretta in Cina, ma è evidente che non può essere questa la soluzione che può mettere pace tra I due litiganti. In realtà, la situazione appare così deteriorata che, secondo alcune indiscrezioni, Suzuki sta pensando di creare nuove joint venture con altri costruttori che in Cina hanno basi solide (voci insistenti fanno il nome di Volkswagen), mentre Shang'an pare stia facendo l'occhiolino al gruppo francese PSA. Se consumato, questo divorzio sino-nipponico potrebbe mettere fine al classico “matrimonio impossibile”, ma prima che le eventuai nuove alleanze producano risultati, le vendite Suzuki in Cina potrebbero soffrire ancora a lungo.

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