Stati Uniti: ferma per 5 settimane la produzione delle “Auto dell'Anno”

Lo stabilimento di Chevrolet Volt e Opel Ampera è fermo per le scarse vendite. Ma dietro c'è una vicenda di incendi, silenzi e forse, accordi oscuri

22 marzo 2012 - 6:00

Ginevra, 5 marzo 2012: una giuria di 59 giornalisti europei elegge Auto dell'Anno le “gemelle diverse” Opel Ampera e Chevrolet Volt. Michigan, Stati Uniti, 19 marzo 2012: nello stabilimento General Motors di Hamtramck, le catene di montaggio dalle quali escono i due modelli si arrestano e gli oltre 1.300 operai rimarranno a casa almeno fino al 23 aprile prossimo.

STAMPA ENTUSIASTA, PUBBLICO TIEPIDO – E così, mentre nella scintillante cornice ginevrina Karl-Friedrich Stracke, CEO di Opel-Vauxhall, e Susan Docherty, presidente e amministratore delegato di Chevrolet Europe, ritirano raggianti il prestigioso trofeo e ringraziano sorridendo, i loro colleghi d'oltreoceano stanno pianificando lo stop alla produzione delle due vetture. Uno stop dovuto alle vendite troppo scarse della coppia di vetture “extended range” che, evidentemente, sono Auto dell'Anno solo per i giornalisti, ma non per il pubblico. Il contrasto tra il premio e le catene di montaggio deserte è stridente: non può non sorprendere il fatto che i due modelli siano stati promossi dalla stampa specializzata internazionale per le loro caratteristiche innovative, ma negli Usa vengano bocciati dalla clientela che invece queste qualità, evidentemente, forse non le ha capite, o comunque le apprezza meno di quanto General Motors si aspettasse. La vicenda si presterebbe di per sé a qualche considerazione su quanto la percezione dei cosiddetti “giornalisti specializzati” riguardo a ciò che l'industria dell'auto sa proporre sia vicina ai gusti e ai bisogni di chi le auto poi dovrebbe comprarle, ma questo è un argomento che richiederebbe troppy bytes. Parliamo d'altro.

L'INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELLO STOCK – “Anche se le vendite di febbraio sono cresciute rispetto a quelle di gennaio, stiamo ancora cercando di allineare la produzione alla domanda”, ha dichiarato un poco convinto Chris Lee, portavoce General Motors negli Usa all'indomani del fermo di Hamtramck. Insomma, una specie di prudentissima dichiarazione d'impotenza che in fin dei conti significa “non programmiamo più nulla, lasciamo fare al mercato”, ben diversa da quelle che indicavano in 60mila unità le previsioni di vendita della Chevrolet Volt 2012 negli Usa e Canada, poi ridotte a 45mila, e in 10mila Opel Ampera per l'Europa. Fatto sta che la sospensione della produzione permetterà di smaltire un po' le giacenze di esemplari invenduti che, al momento dell'alt, ammontavano a 3.596 macchine, comprese quelle dimostrative o comunque in possesso della rete di vendita. Cioè, 2,2 volte le Volt vendute nei primi due mesi dell'anno in Nordamerica, che sono state appena 1.626.

LE IPOTESI SUL PRESUNTO FLOP – Per quanto riguarda il gradimento della Ampera, la cui commercializzazione in Europa è iniziata solo a novembre 2011, vedremo che cosa accadrà. Ma perché quello della Volt negli Usa è inferiore alle aspettative? Intanto, precisiamo che per parlare di vero flop è ancora presto: la storia dell'auto è piena di modelli partiti col piede sbagliato e che poi hanno recuperato bene (ricordate la Mercedes Classe A?) come di vetture per le quali i piani di produzione iniziali si sono rivelati completamente sballati per difetto (ricordate la Renault Mégane Scénic?). Tuttavia, se di flop si tratta, qualcuno avanza delle spiegazioni. Per esempio, c'è chi dice che in realtà sono ancora pochissimi gli americani che conoscono le vere potenzialità della Volt. Altri sostengono che è il suo prezzo elevato (tra l'altro ribassato di un migliaio di dollari all'inizio dell'anno, senza contare i 7.500 dollari di incentivi statali) a tener lontani i clienti dagli autosaloni. Alcuni analisti, invece, si dicono convinti che le previsioni iniziali di General Motors sulle vendite di Volt negli Usa erano semplicemente troppo ottimistiche e non avevano alcuna possibilità di concretizzarsi, tant'è vero che la casa ora ha praticamente ammesso che la produzione seguirà la domanda, né più né meno. Probabilmente tutte le spiegazioni hanno un fondamento di verità. Ma forse c'è anche un altra faccenda da considerare, della quale si parla certamente da un po' (anche SicurAUTO ne ha parlato qui), ma che finora non sembra essere stata citata come motivo del mancato decollo delle vendite dell'”extended range” americana. Eppure, forse il nocciolo del problema è proprio lì, in quello che potremmo definire il “fattore incendio”.

FIAMME SUBDOLE – Nel maggio 2011 un esemplare di Chevrolet Volt era stato sottoposto a un crash test da parte dell'Nhtsa, l'ente americano che sovrintende alla sicurezza delle strade e dei veicoli. Il test prevedeva un urto laterale contro un palo alla velocità di 20 miglia orarie (una delle prove più severe e distruttive che esistano) e il successivo capovolgimento della vettura. Circa tre settimane dopo il test, il 2 giugno, la stessa Volt ha preso fuoco nel parcheggio dell'Nhtsa. L'incendio è sfociato in un'esplosione abbastanza violenta che, oltre a danneggiare altri veicoli posteggiati accanto, ha scagliato pezzi della povera Volt a 25 metri di distanza. Le successive investigazioni hanno accertato che le fiamme avevano avuto origine dalle batterie agli ioni di litio della vettura. Un “evento termico” che si verifica dopo tre settimane da un crash test è una faccenda assai preocccupante, se si accerta che tra i due fatti esiste un legame. Quale automobilista si sentirebbe mai al sicuro sapendo di guidare una specie di bomba incendiaria a orologeria che può andare in fiamme a distanza di settimane da un urto?

LIQUIDO SOSPETTO – Com'era logico aspettarsi, sia Chevrolet sia Nhtsa, in modo indipendente, hanno poi ripetuto il test su altre vetture, replicando anche la fase di rotazione per accertare eventuali fuoriuscite del liquido refrigerante dal sistema di raffreddamento delle batterie, fortemente sospettate di essere la causa del fuoco. Tuttavia, nei primi test nessuna delle due è riuscita a replicare le condizioni che hanno provocato l'incendio. L'Nhtsa ha quindi rilasciato un primo (tardivo, come vedremo) comunicato che allarmava molto, ma spiegava poco: “Il crash test ha danneggiato le batterie e il danno ha poi provocato un incendio che ha richiesto alcune settimane per svilupparsi”. Durante prove successive effettuate da Nhtsa lo scorso novembre, due su tre sono sfociate in “eventi termici”. In un test effettuato il 24 novembre 2011, un pacco batterie, capovolto qualche ora dopo il crash, ha cominciato a emettere fumo e scintille; nel secondo le batterie, costantemente monitorate, hanno preso fuoco da sole dopo una settimana.

SE VOLETE, VE LA RICOMPRIAMO – A questo punto, il 25 novembre, l'Nhtsa ha preso una decisione un po' inconsueta: ha avviato un'indagine formale anche senza aver ricevuto notizia di incidenti o di segnalazioni da parte degli automobilisti e l'ha estesa ad altri modelli di vetture elettriche, giungendo a una prima conclusione: “Non si sono rilevati elementi di rischio per la sicurezza su veicoli diversi dalla Chevrolet Volt”. Insomma, la categoria delle auto a trazione elettrica è salva. Ma non la Volt. Nel frattempo, General Motors ha compiuto un passo importante: ha dichiarato che avrebbe fornito a ogni proprietario di Volt che l'avesse richiesto un veicolo sostitutivo da utilizzare fino alla conclusione delle indagini da parte dell'Agenzia. In dicembre ha migliorato ulteriormente la proposta, affermando di essere pronta a richiamare tutte le Volt in base alle eventuali richieste dell'Nhtsa e di essere addirittura disposta a ricomprarsi le vetture già consegnate ai clienti che si fossero dichiarati preoccupati dal pericolo di un incendio. Al 1° dicembre 2011, 33 clienti negli Usa e 3 in Canada avevano chiesto un'auto sostitutiva temporanea, mentre il 5 dicembre quelli che avevano preferito restituire la Volt acquistata erano saliti a circa 25, metà dei quali già accontentati. Il prezzo di riacquisto, secondo General Motors, è uguale a quello pagato dai clienti (tasse comprese) decurtato da una penalità legata ai chilometri già percorsi. Al 5 gennaio, la casa ha dichiarato che le due opzioni, auto sostitutiva o riacquisto, sono state scelte da circa 250 clienti. Lo stesso 5 gennaio, da Detroit hanno comunicato di aver messo a punto un programma di miglioramento “volontario” (quindi non dovuto a un richiamo tecnico, che infatti attualmente non esiste) per tutte le Volt, studiato per scongiurare l'eventualità che le vetture possano incendiarsi giorni o settimane dopo un incidente.

ARRIVANO I MIGLIORAMENTI – Il programma di migliorie introdotto da General Motors per Volt e Ampera (la casa ha rifiutato di precisarne il costo, ma qualcuno ipotizza un migliaio di dollari per vettura) consiste nell'irrobustimento della struttura che circonda le batterie e il loro sistema di raffreddamento in modo da evitare l'intrusione di corpi estranei in caso d'incidente. Inoltre, nel serbatoio del liquido di raffreddamento delle batterie sono stati aggiunti un sensore che ne monitorizza il livello e un sistema a prova di manomissione che impedisce l'eccessivo riempimento del serbatoio stesso, scongiurando quindi la fuoriuscita del liquido in eccesso. Le modifiche strutturali comportano un peso aggiuntivo da 900 a 1.400 grammi e la loro funzione è anche quella di distribuire la forza di un eventuale impatto sul pacco batterie in caso di urto laterale. Lo scorso dicembre, General Motors ha condotto altri crash test con le Volt modificate e ha accertato che il pacco batterie è rimasto integro. Il 22 dicembre 2011 l'Nhtsa ha ripetuto i test , dopo i quali ha dichiarato che “i risultati preliminari indicano che il rimedio proposto da General Motors dovrebbe evitare intrusioni di oggetti estranei nel pacco batterie”, ma anche che “l'attività d'indagine rimane aperta”.

UN CORTO CIRCUITO – Nel frattempo, la casa americana ha spiegato le ragioni tecniche dell'incendio di giugno. Durante il crash test, si sarebbe verificata l'intrusione di un minuscolo e appuntito pezzo della vettura in un lato del pacco batterie, cosa che ha provocato una piccola perdita (circa 50 ml) di liquido refrigerante, rimasto però all'interno dell'involucro che contiene l'insieme. Durante le prove di rotazione del veicolo studiate per simulare un suo ribaltamento, che vengono attuate facendolo ruotare con intervalli incrementali di 90°e mantenendolo in ciascuna posizione per cinque minuti, s'è verificato un ulteriore sversamento del liquido, ma più consistente: in posizione capovolta (quindi, con rotazione di 180°), il liquido versato, circa un litro, è venuto a contatto con il circuito stampato del modulo di controllo delle batterie ubicato all'interno del pacco, sul lato superiore che però si trovava in basso per effetto del capovolgimento. Il liquido s'è poi cristallizzato e tre settimane dopo, durante le operazioni di ricarica delle batterie, ha provocato un corto circuito che ha dato origine alle fiamme.

IL PROTOCOLLO DI SICUREZZA – Nhtsa ha stabilito, in accordo con i costruttori, delle procedure post-incidente per garantire la sicurezza degli occupanti di veicoli elettrici e anche dei soccorritori intervenuti sulla scena di un sinistro. General Motors, dal canto suo, ha dichiarato che se tale protocollo fosse stato messo in pratica, l'incendio della Volt verificatosi a giugno mentre la vettura era nelle mani dell'Nhtsa non sarebbe scoppiato. Tuttavia, va sottolineato che la casa ha messo a punto tale protocollo nel luglio successivo all'incidente e ha informato l'Nhtsa della sua esistenza solo a novembre. Il 20 gennaio scorso, l'Nhtsa ha chiuso le indagini sulla vicenda dichiarando che “In base ai dati disponibili, l'Ente non ritiene che la Chevrolet Volt o altri veicoli elettrici siano più a rischio d'incendio di altri alimentati a benzina”.

L'INTERA PRODUZIONE SARÀ MODIFICATA – Le consegne delle prime Opel Ampera in Europa sono state posticipate fino alla conclusione delle indagine sulle Chevrolet Volt effettuate dall'Nhtsa, ma quelle delle Volt in Francia hanno preso il via a novembre. In ogni caso, tutte le vetture da produrre o già prodotte riceveranno le modifiche. Insomma, il caso sembrerebbe definitivamente archiviato con esiti positivi. Tranne, ovviamente, per le non provate, ma sempre possibili conseguenze sull'immagine della vettura che potrebbero averne ostacolato le vendite e costretto General Motors a fermarne la produzione. Ma forse non è ancora finita…

ACCORDI OSCURI? – La vicenda ha provocato uno sgradevolissimo strascico con risvolti politici i cui effetti finali al momento non sono ancora prevedibili. Il 6 dicembre scorso Jim Jordan, capo della sottocommissione americana per gli Affari Normativi, la Vigilanza e lo Stimolo della Spesa Pubblica, ha annunciato un'audizione attraverso la quale l'Nhtsa è stata chiamata a giustificare il ritardo con il quale ha rivelato i dettagli dell'incidente, avvenuto il 2 giugno e ammesso solo a novembre, e solo dopo uno scop dell'agenzia d'informazioni Bloomberg News. I sospetti erano (e sono) che l'Nhtsa avesse taciuto proprio per non danneggiare le vendite della Volt, un modello nato anche grazie alla “rivoluzione verde” dell'auto voluta dal presidente Barack Obama attraverso la quale il governo ha “pompato” somme colossali nelle casse delle case automobilistiche americane vicine al tracollo (in primo luogo, proprio General Motors) per permetterne il salvataggio. Insomma, il sospetto era di un accordo segreto tra la casa e l'Nhtsa per tenere nascosto un possibile difetto della Volt (ma anche dell'Ampera) che certo non avrebbe fatto bene al successo dei due modelli, già tutt'altro che scontato. L'audizione s'è poi tenuta il 25 gennaio e la “pistola fumante”, cioè la prova che l'Nhtsa abbia davvero volutamente taciuto, non è stata trovata. Tuttavia, i sospetti non sono del tutto fugati e autorevoli commentatori, tra i quali l'ex amministratore dell'Nhtsa Joan Claybrook, hanno in un certo senso, è proprio il caso di dirlo, gettato benzina sul fuoco. La Claybrook ha dichiarato ad Automotive News che “La decisione dell'Nhtsa di non dire nulla per sei mesi sull'incidente non ha senso. L'Agenzia avrebbe potuto emanare subito un avviso ai consumatori e io ritengo che avrebbe dovuto farlo. Penso che l'abbia fatto in ritardo a causa della 'fragilità' delle vendite della Volt”. Non è quindi da escludere che gli insoddisfacenti risultati della vettura sfociati poi nella sospensione della produzione non siano stati causati solo dalla paura degli incendi: dietro potrebbe celarsi anche una sorda vendetta di una parte della potenziale clientela che intende punire la casa americana per una vicenda dai contorni ancora un po' oscuri.

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