Semaforo rosso per Ford: addio a Volvo (e a miliardi di dollari)

La Ford dice bye bye a Volvo Cars, ceduta alla cinese Geely per 1,8 miliardi di $, di cui 1,6 in contanti più una "cambiale" da 200 milioni. Dal punto di vista strettamente monetario, l'accordo...

30 marzo 2010 - 9:00

La Ford dice bye bye a Volvo Cars, ceduta alla cinese Geely per 1,8 miliardi di $, di cui 1,6 in contanti più una “cambiale” da 200 milioni.

Dal punto di vista strettamente monetario, l'accordo raggiunto durante il weekend non è sicuramente un buon affare per il costruttore americano, che nel 1999 aveva sborsato ben 6,4 miliardi di $ per mettere le mani sul marchio svedese, attualmente iscritto a bilancio con il valore “a libro” di soli 2,4 miliardi di $ e venduto oggi per una somma largamente inferiore. Per l'industria dell'auto americana, insomma, è l'ennesima disfatta in terra di Svezia che segue la (s)vendita della Saab da parte dell'ex-colosso General Motors, che l'ha ceduta per 400 milioni di $, di cui appena 74 milioni in contanti, dopo averla pagata 2,5 miliardi di $ nel 1991.

Una trattativa, quest'ultima, faticosa e ricca di colpi di scena, che in caso di esito negativo avrebbe probabilmente portato alla sparizione definitiva della casa svedese.

Tra i recenti “bad business” americani in Europa citiamo poi la dismissione, da parte della Ford, dei tre marchi Jaguar, Land Rover e Aston Martin. I primi due sono stati ceduti nel 2008 al gruppo indiano Tata per 2,3 miliardi di $, cioè meno della meta di quanto a suo tempo erano stati pagati. Il terzo è stato venduto nel marzo 2007 a una cordata di investitori anglo-kuwaitiani per 925 milioni, e anche se non è nota la somma pagata dagli americani nel 1987 per acquistarne il 75% (il rimanente fu acquisito nel 1994), va considerato che la cessione di Aston Martin è stata conclusa “in stato di necessità” (all'epoca i bilanci Ford registravano un “rosso” da brivido), quindi non è azzardato ipotizzare che anche quest'ultima operazione sia avvenuta in perdita o con plusvalenze non molto significative.

Va poi citata la breve avventura italiana di GM, che nel 2005, con il mancato esercizio del “put” su Fiat, prese una sberla da 1,55 miliardi di $ sotto forma di penale. Se a tutto ciò aggiungiamo che ben poco dei colossali investimenti versati negli anni dai costruttori americani per ristrutturare e ricapitalizzare quelli europei è rientrato sotto forma di utili, possiamo trarre una sola conclusione: quando varcano l'Atlantico, i big dell'auto Usa comprano male e vendono peggio. Meno male che, tra un'operazione fallimentare e l'altra, in Europa hanno bene o male mantenuto stabilimenti e posti di lavoro. Ma ora che il Babbo Natale di Detroit da noi non passa più, l'industria dell'auto del vecchio continente saprà reggersi sulle sue gambe sempre più euro-asiatiche?

1 commento

Bruno
17:23, 30 marzo 2010

Storicamente le 3 Case americane qundo sono in crisi in casa loro cercano di vendere i gioielli di famiglia. Certo oggi si rivende male vista la grande crisi e gli unici che hanno liquidità da investire sono i cinesi. Chrysler negli anni '60 acquistò Simca spendendo poco. Il Gruppo francese divenne il secondo costruttore in quel Paese e negli anni '70 era 2° in Italia dopo la Fiat.
Ennesima crisi Chrysler in USA fine anni '70 e vendita in blocco dei marchi europei (Simca Talbot, Sunbeam) alla Peugeot che poi ha buttato tutto alle ortiche (cercava la rete di vendita più diffusa della propria).

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