Il mercato dell'auto e gli ottimisti dell'ultima ora

Dopo il Salone di Detroit s'è diffuso un ottimismo che sta contagiando anche l'Europa. Ma l'industria dell'auto rimane soffocata da gravi squilibri produttivi che dovranno essere eliminati

23 gennaio 2011 - 6:00

Il sorriso sembra essere ricomparso sui volti dei boss e degli alti dirigenti dell'industria dell'industria automobilistica mondiale. Quel sorriso viene da Detroit dove, tra gli stand del salone, s'è respirata un'aria certamente migliore che nell'edizione precedente, quando le facce in giro assomigliavano più che altro a quelle che si vedono ai funerali. La kermesse di quest'anno, invece, è stata definita da molti osservatori “il salone della riscossa” e, corroborato dai dati incoraggianti provenienti dai conti e dalle vendite delle “big three” (GM, Chrysler e Ford), un robusto “sentiment” di fiducia s'è sparso come un contagio tra le case automobilistiche americane, europee e asiatiche. L'Italia non è stata da meno, e sulla stampa specializzata di casa nostra non è mancata una ventata di ottimismo sparsa in dosi generose.

I FATTI – Ebbene, la fiducia certamente ci vuole e sarebbe sciocco negare che qualche timido segnale di ripresa del mercato esiste, sia negli Stati Uniti che altrove. Tuttavia, è bene chiarire che, appunto, si tratta di segnali che non riguardano tutti i Paesi, ma solo alcuni, tra i quali il nostro certamente non c'è. Da noi, infatti, tutti gli indicatori del settore continuano a indicare per il 2011 tempo pessimo. Ma al di là delle particolarità di ciascun mercato nazionale, è bene riflettere su alcuni fatti che riguardano il mercato nella sua globalità e che l'ottimismo incontrollato tende a sottovalutare o addirittura a rimuovere:

– gran parte della “ripresina” americana è dovuta al fatto che stanno cominciando a farsi sentire i benefici effetti della gigantesca iniezione di denaro fresco (60 miliardi di dollari) che l'amministrazione Obama ha messo a disposizione per aiutare l'industria a tener fuori la testa dall'onda del disastro. Senza quel denaro, al posto delle “big three”, molto probabilmente oggi ce ne sarebbe soltanto una, o forse nessuna;

– l'industria automobilistica mondiale e in grado di produrre oggi 94 milioni di vetture l'anno, ma il mercato gobale può assorbirne soltanto 64 milioni circa. In altre parole, le fabbriche possono sfornare il 47% in più di macchine rispetto alla domanda, il che rappresenta uno squilibrio tremendo e costosissimo che potrebbe essere sanato solo nell'assai improbabile evenienza che le richieste di auto aumentassero di quel famoso 47% oppure che l'industria automobilistica si ridimensionasse fino a tagliare la sua produzione del 36% (con quel che ne conseguirebbe per le reti di vendita e di assistenza) oppure da una combinazione delle due cose;

– tale squilibrio è troppo elevato perché si possa pensare di compensarlo con l'espansione dei mercati automobilistici dei Paesi emergenti. Già oggi questo avviene, e se non avvenisse qualche casa avrebbe probabilmente già portato i libri in tribunale, ma non basta. In ogni caso, anche assumendo che lo sviluppo di tali mercati rispettasse le previsioni più rosee, resterebbe ugualmente una sovracapacità produttiva insostenibile a lungo termine.
Ammesso che in questi mercati l'espansione si mantenga ai livelli attuali (il che non è affatto garantito), essa si accompagnerebbe, esattamente come è già avvenuto, a un parallelo aumento delle capacità produttive locali, il che non può portare ad altro che a un ulteriore aumento dello squilibrio globale. Non molti lo sanno, ma il pur ricco e promettente mercato cinese soffre già oggi di un certo eccesso di produzione che senza dubbio aumenterà al minimo cenno di contrazione delle vendite rispetto ai livelli attuali. Se ciò accadesse, potrebbe aumentare la propensione cinese ad esportare auto, e un'ulteriore pressione aggraverebbe la situazione delle fabbriche europee già in difficoltà nel trovare acquirenti per ciò che esce dalle loro catene di montaggio.

RISTRUTTURAZIONE OBBLIGATA – È ovvio che gli aiuti statali (americani o europei) non possono durare in eterno, poiché è illogico, e anche un po' immorale, che un singolo settore pur importante come quello dell'automobile venga beneficiato a tempo indeterminato da sovvenzioni statali a pioggia. È poi altrettanto ovvio che nessuna industria di nessun settore può ritornare in salute e definirsi davvero sana fino a quando produce quasi il 50% in più dei beni che ragionevolmente può vendere. La conclusione è che per l'industria dell'auto la strada della ristrutturazione è obbligata e sarà una strada durissima da percorrere. Il mercato dell'auto rimane un grande malato dalla febbre ancora alta. Le anime candide (vere o false), gli ottimisti a oltranza e quelli dell'ultima ora farebbero bene a tenerne conto.

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