Fiat vince la causa contro la Rai e Corrado Formigli

I magistrati di Torino hanno dato torto alla tivù nazionale e a un suo giornalista per la prova in tivù dell'Alfa MiTo. Ma ci sarà il ricorso...

27 febbraio 2012 - 17:05

Una recente sentenza del tribunale di Torino ha condannato la Rai e il giornalista napoletano Corrado Formigli, non nuovo alle inchieste scomode e per questo pluripremiato, a un mega-risarcimento a favore di Fiat Group Automobiles per un servizio andato in onda il 2 dicembre 2010 durante una puntata di Annozero, la trasmissione di Michele Santoro. Il noto conduttore, invece, è stato assolto da ogni accusa.

LA TRASMISSIONE INCRIMINATA – In quell'occasione (anche SicurAUTO ne aveva parlato in un articolo, criticando il metodo “Annozero”), il conduttore, per dimostrare l'inferiorità dell'industria dell'auto italiana nei confronti della produzione estera, aveva utilizzato una prova-confronto tra un'Alfa Romeo MiTo e due concorrenti (Citroën DS3 e Mini Cooper S) effettuata sulla pista della rivista Quattroruote. Secondo Annozero, dalla prova, presentata in tivù da Formigli, la MiTo sarebbe uscita sconfitta dalle altre due vetture (prova basata semplicisticamente sulle prestazioni dell'auto, errore che un vero giornalista specializzato e obiettivo non avrebbe mai compiuto). Subito dopo la trasmissione, ritenendosi oggetto di denigrazione, Fiat aveva annunciato una querela nei confronti della Rai, di Santoro e di Formigli, con una richiesta di danni per l'astronomica somma di 20 milioni di euro da devolvere in beneficenza in caso di vittoria. La sentenza di Torino le ha dato ragione e ha ritenuto che la trasmissione abbia fornito ai telespettatori “un'informazione non veritiera e denigratoria”, anche se ha ridotto il risarcimento a “soli” 7 milioni, suddivisi in 1,75 milioni per danni patrimoniali e altr 5,25 per danni morali. Si stima poi che ci vorranno ulteriori 2 milioni di euro per la pubblicazione, imposta dal giudice, su primarie testate nazionali tra le quali una automobilistica, della sentenza in forma integrale, che occupa circa 60 pagine in formato A4.

NIENTE INCHIESTE, NIENTE RISARCIMENTI – In Italia, nella storia della giurisprudenza applicata al mondo dei media, una “batosta” da 7 milioni di euro per attività giudicate diffamatorie ha ben pochi precedenti. E l'obbligo di pubblicare sugli organi d'informazione addirittura una sentenza completa invece di un semplice estratto non ne ha probabilmente nessuno. Da più parti, quindi, si levano voci autorevoli che si domandano se, a prescindere dalla congruità o meno delle decisioni dei giudici, risarcimenti così ingenti non costituiscano un precedente pericoloso e un colpo mortale a danno della libertà di critica e d'informazione. Di fronte al rischio di dover pagare somme del genere, infatti, è più che legittimo pensare che editori e giornalisti d'ora in poi si guarderanno bene dall'esercitare fino in fondo il diritto-dovere di critica. E poiché vi è la possibilità che a pagare il conto sia solo il giornalista Corrado Formigli e non l'editore Rai, è ovvio che sarà proprio la categoria dei giornalisti a camminare d'ora in poi con i piedi di pombo e a evitare certe inchieste scottanti. Già, perché le inchieste, fino a prova contraria, sono i giornalisti a portarle avanti, e gli editori a pubblicarle. Ma se da oggi i giornalisti non le inizieranno nemmeno per il timore di dover poi pagare risarcimenti milionari in caso di pubblicazione, gli editori avranno ben poco da pubblicare. Senza contare che il querelante, se perde la causa, viene condannato soltanto a pagare le spese preocessuali, ma non rischia null'altro, tanto meno l'accusa di aver a sua volta danneggiato la controparte.

ELOGI SPERTICATI – Uno scenario, quello prospettato, dove anche i lettori potrebbero correre un pericolo: quello di doversi accontentare di un giornalismo tremebondo fatto di articoli “annacquati”, che non graffiano e che non dicono ciò che invece dovrebbero dire e che bisognerebbe sapere. Significative, a questo proposito, sono le parole pronunciate all'indomani della sentenza da Roberto Natale, presidende dell'Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana, cioè il sindacato dei giornalisti): “È sconcertante, tra l'altro, il carico finanziario spropositato messo sulle spalle di un singolo giornalista. Il risultato non potrà che essere quello di disincentivare ulteriormente ogni tipo di critica a prodotti commerciali in un settore informativo (quello dell'auto-ndr) in cui già non mancano servizi di sperticato elogio a ogni nuova vettura. Il sindacato dei giornalisti considera come sempre con grande rispetto il lavoro della magistratura, ma questa sentenza rischia di essere un altro grave bavaglio all'informazione. La Fnsi si augura che il giudizio d'appello possa riconoscere meglio le ragioni dell'attività giornalistica”.

DIFESA AZZARDATA – Per la loro difesa, gli avvocati della Rai e di Formigli sembrano aver puntato, più che sulla demolizione delle tesi avversarie (in realtà non molto agevoli da demolire, visto che il servizio di Formigli era stato confezionato in modo poco accorto), su quella dei tre super-periti che il tribunale di Torino ha nominato per dirimere la questione. In pratica, ha cercato di dimostrare che i tre esperti hanno operato in conflitto d'interessi, poiché sarebbero in qualche modo legati, anche se indirettamente, a istituzioni e aziende in stretti rapporti con Fiat. Tuttavia, le tesi difensive sono state rigettate, aprendo la strada a una vittoria completa di Fiat, di fronte alla quale uno dei suoi avvocati, Michele Briamonte, non ha nascosto la sua soddisfazione: “La sentenza farà storia – ha dichiarato – perché per la prima volta una persona giuridica come la Rai viene ritenuta responsabile dei danni morali provocati dalla condotta dolosa di un suo dipendente nei confronti di un'altra persona giuridica, la Fiat”.

IN APPELLO, VEDREMO – La Rai, da parte sua, ha già preannunciato l'appello, e pur restando convinti (l'avevamo già scritto in passato) che il lavoro di Santoro e di Formigli fosse palesemente orientato a dimostrare una tesi senza però supportarla con dati di fatto inoppugnabili, dubitiamo che la sentenza supererà indenne l'esame dei giudici di secondo grado e, soprattutto, di quelli eventualmente chiamati a pronunciarsi in caso di ricorso agli organismi europei, che si sono già espressi in modo inquivocabile in merito all'entità delle sanzioni pecuniarie ai giornalisti colpevoli di diffamazione. La Corte europea dei Diritti dell'Uomo, infatti, il 19 aprile 2011 ha emesso una sentenza chiarissima sulla vicenda di due cronisti bulgari condannati nel loro Paese a un risarcimento pari a oltre 70 volte il loro stipendio mensile minimo, cioè ben poco in rapporto alla punizione inflitta a Corrado Formigli. La Corte ha stabilito che i giudici nazionali non possono essere troppo rigorosi nell'esaminare la condotta dei giornalisti nei procedimenti per diffamazione e non possono imporre sanzioni pecuniarie sproporzionate alla loro retribuzione. Inoltre, non possono ignorare l'impatto che le loro decisioni potrebbero avere sugli organi d'informazione. La Corte aveva poi inoltrato ai vari magistrati nazionali dell'Unione disposizioni precise che, evidentemente, non sono state tenute in considerazione da quelli di Torino.

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