Asfalto Rosso Sangue: colpa cosciente o dolo eventuale?

Nella Giornata Mondiale in ricordo delle Vittime della Strada, celebrata lo scorso 15 novembre, l'ONU e L'OMS hanno invitato ad un impegno volto a contrastare la gravità della ...

31 marzo 2010 - 13:49

Nella Giornata Mondiale in ricordo delle Vittime della Strada, celebrata lo scorso 15 novembre, l'ONU e L'OMS hanno invitato ad un impegno volto a contrastare la gravità della criminalità stradale affinché non continui ad essere sottovalutata.

A questo scopo l'AIFVS (Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada) ha elaborato la “metafora della luce” per esprimere sia il bisogno di accendere i riflettori su una strage sostenuta dalla sottovalutazione del reato e del danno, sia la necessità di risvegliare il senso di responsabilità, che deve qualificare non solo il comportamento di chi guida, ma anche di chiunque operi nelle istituzioni e nelle aziende.

La strada è luogo di estrema crudeltà nel quale un soggetto può emettere una sentenza di condanna a morte, inappellabile ed immediatamente esecutiva a carico di un innocente.

Secondo un'indagine dell'ISTAT nel 2008 sono avvenuti 200.000 incidenti con 8.000 morti e più di 20.000 persone, hanno riportato un'invalidità grave e permanente. Il 29% dei casi identifica pedoni travolti sulle strisce pedonali. Ogni incidente genera una doppia vittimizzazione, il traumatizzato da un lato e la sua famiglia dall'altro ed i costi connessi non si limitano ai mancati introiti e spese dirette, ma anche ad un patimento “occulto” in termini di peggioramento della qualità della vita.

Nonostante l'allarme sociale generato negli anni è sintomatico che la collettività abbia percepito la condotta illecita più come evento sfortunato che come comportamento criminale. Infatti, il cittadino medio, tende ad identificarsi, in quanto utente della strada, con il trasgressore e pertanto non intende colpevolizzarne le condotte poiché non intende criminalizzare se stesso.

L'identikit del pirata individua un killer che, per eccesso di velocità o assunzione di alcol o sostanze psicotrope, travolge e sconvolge vite senza curarsi del tormento che lascia dietro di sé, manifestando peculiarità di particolare valenza criminale.

La teoria criminologica della “labelling theory” individua la mancata reazione sociale quale assenza di una forma primaria di prevenzione. Parimenti, in ambito scolastico, la cultura della prevenzione è volta a stimolare una coscienza civica nei giovani, automobilisti in itinere, mettendo in luce i fattori di rischio: velocità estrema, abuso di alcol e sostanze stupefacenti.

In tale contesto, il Governo ha emanato il D.L. n. 92/2008, (c.d. “pacchetto sicurezza” recante misure urgenti in tema di sicurezza pubblica, convertito in L. n. 125/2008) in cui vengono disposti maggiori controlli sul territorio e per il reato di omicidio colposo di cui all'art. 589 c.p., l'inasprimento della pena da tre a dieci anni, nell'ipotesi di provata alterazione psicofisica dell'autore dell'illecito con conseguenze letali o lesive. L'attuazione di una politica repressiva ha prodotto, nei primi sei mesi del 2009, una diminuzione degli incidenti pari al 9%, in parte motivata da 1.500.000 controlli rapidi per alcol e droga espletati sul territorio dalle forze di polizia.

Nondimeno, dall'obiettivo europeo del dimezzamento degli incidenti entro il 2010, si evince l'esiguità di tale esito accostato ad 8.000.000 di controlli eseguiti in Francia e Germania con un'inversione pari al 50%.

La condotta illecita tenuta dal potenziale assassino che, consapevole del suo stato di ebbrezza alcolica o psicotropa, si pone alla guida dell'autovettura deve sempre e comunque essere ritenuta punibile a titolo di colpa cosciente, piuttosto che del dolo eventuale?

L'individuazione dei criteri distintivi tra i due elementi soggettivi del reato è da tempo oggetto di attenzione da parte del giudice di legittimità.

L'elemento di differenziazione si basa sul c.d. criterio di accettazione del rischio.

Le Sezioni Unite del Supremo Collegio con sentenza n. 3571 del 12 aprile 1996 avevano statuito la sussistenza del dolo eventuale quando l'agente, ponendo in essere una condotta diretta ad altri scopi, “si rappresenta la concreta possibilità del verificarsi di ulteriori conseguenze della propria azione e, nonostante ciò, agisce accettando il rischio di cagionarle”.

Con la sentenza n. 5969 del 22 ottobre 1997, la prima sezione penale della Corte di legittimità ha ritenuto che tale condotta si distinguesse nettamente dalla colpa cosciente perché in entrambe le ipotesi l'agente si rappresenta l'evento che è conseguenza della sua azione od omissione, ma mentre nel primo caso agisce accettando il rischio, nel secondo “agisce nella certezza che l'evento non si verificherà e in ogni caso egli non vuole, neanche per ipotesi, che l'evento si verifichi”.

Nell'impossibilità di indagare l'intento volitivo dell'agente, l'elemento soggettivo del reato sarà accertato dall'autorità giudicante in relazione alle circostanze di fatto esistenti e note al reo nel momento in cui la condotta è stata posta in essere. Sempre in tal senso la Suprema Corte, prima sezione penale, con sentenza n. 37385 del 22 settembre 2006 ha definito il “dolo eventuale” quale rappresentazione della probabilità o anche della semplice possibilità, che si verifichi l'evento, con l'accettandone del rischio, in assenza di uno specifico proposito delittuoso.

La distinzione è data dunque dal diverso atteggiamento psicologico rilevabile dalla condotta dell'agente.

In entrambi i casi ricorre la previsione dell'evento, ma nell'uno si accetta il rischio e nell'altro si esclude, confidando nella propria capacità di evitare l'evento temuto.

Alla luce di quanto argomentato appare opportuno citare la recente e innovativa sentenza n. 2708 del 26 novembre 2008 con la quale il G.U.P. presso il Tribunale di Roma ha ritenuto che accettare il rischio che uno dei possibili esiti di una condotta si verifichi equivale a volerlo, anche se non direttamente.

Nel merito l'imputato cocainomane, non più abilitato alla guida era alla guida, altresì in zona urbana, di una vettura di grossa cilindrata procedendo a velocità estremamente elevata. Dopo aver attraversato due incroci regolati da semaforo con luce rossa, aveva concluso la folle corsa falciando due giovani universitari, Alessio e Flaminia che ignari, diligentemente impegnavano l'incrocio sul loro motorino.

Il Giudice, all'esito del rito abbreviato aveva dichiarato l'imputato colpevole, in ordine al reato ascrittogli di duplice omicidio doloso e per l'effetto condannato alla pena di anni dieci di reclusione, previa concessione delle attenuanti generiche.

Dalle risultanze del processo si era accertato che la personalità del L. presentava un palese disturbo della percezione del contesto sociale, risultando a suo carico precedenti penali per lesioni. Significativa, per la valutazione della capacità criminale, la circostanza che, al fine di evitare il materiale ritiro della patente di guida per ben due volte l'imputato ne avesse artatamente denunciato lo smarrimento. La condizione psicologica in cui si trovava l'imputato la sera del 22 maggio 2008, alla guida della vettura era di assoluta noncuranza per la vita umana, in una condizione di ira rivolta genericamente ad ogni individuo, non determinata soggettivamente e definita nei lavori preparatori al codice penale, quale “criminalità fungibile” (furibondo per la lite con la sua ragazza che intendeva interrompere il loro rapporto, sulla quale aveva reiteratamente usato violenza fisica e costretta a salire a bordo dell'auto al fine di spaventarla spingendo la macchina ad elevata velocità.

Nell'espletamento dell'incarico assegnato, i consulenti tecnici d'ufficio e di parte civile concordano nel ritenere la condotta di guida dell'imputato “alla cieca” in quanto si era posto in una condizione tale da non poter evitare in alcun modo l'evento letale verificatosi. A ciò si aggiungeva la sua fuga dal luogo del sinistro, finalizzata ad eludere qualsivoglia responsabilità a suo carico.

La sussistenza di tali e tanti elementi hanno ingenerato perplessità sulla mancata proposizione di impugnazione da parte del Pubblico Ministero per essere state concesse all'imputato delle circostanze attenuanti generiche.

*****

Nel prosieguo, la Corte di Assise di Appello di Roma con sentenza n. 29 del 18 giugno 2009 si pronunciava per la derubricazione del capo di imputazione in “omicidio colposo aggravato dalla previsione” e, pertanto, riduceva la pena della reclusione “a cinque anni” accogliendo le argomentazioni del difensore del L., Prof. Avv. F. Coppi, secondo il quale il crimine stradale perfezionatosi quella maledetta sera “doveva essere ricondotto nello schema dell'omicidio colposo e non quindi del dolo eventuale come stabilito dalla sentenza di primo grado”.

La difesa nell'articolare tale tesi difensiva ha sostenuto: “Dire che un soggetto passa con il rosso e che quindi non può non aver previsto l'evento, non significa aver dimostrato la presenza del dolo…”. Ed ancora: “…la sentenza di primo grado ha voluto introdurre la distinzione tra errore ragionevole e irragionevole, ma dove c'è l'errore non può in ogni caso esserci il dolo”.

A tale deliberazione ha fatto seguito la richiesta da parte dei cittadini ed ancor più dell'Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada di una giustizia che non sia vendetta, ma sappia infliggere pene adeguate, attraverso il rispetto di regole, all'esito di un processo giusto.

La stessa Procura Generale della Cassazione, rappresentata dalla Dott.ssa De Sandro, pur nel mancato accoglimento del ricorso del Procuratore della Corte di Assise di Appello, chiede l'annullamento con rinvio della sentenza d'appello inficiata da “una motivazione solo apparente e a tratti illogica e contraddittoria”.

Nella sua requisitoria, aderendo alle tesi argomentative dei procuratori delle parti civili, l'Avv. Gianmarco Cesari in difesa dell'AIFVS e l'Avv. Francesco Caroleo Grimaldi a tutela dei familiari delle vittime, esorta i Supremi Giudici “a statuire con coraggio di fronte ad un caso di scuola sul dolo eventuale”. Afferma, infatti che, “irrompere contro ogni norma su un flusso di veicoli, senza possibilità di manovra o fermata, esclude nella maniera più assoluta che ci sia stata una ragionevole previsione dell'evento, e dunque una colpa cosciente”.

Purtroppo, la stessa IV Sez. pen. della Suprema Corte che, con sentenza n. 11325 del 16 gennaio 2008, ha statuito che “ove l'evento mortale sia stato previsto anche solo come probabile, con accettazione del rischio del relativo accadimento, l'agente risponderà di omicidio volontario sotto il profilo del dolo indiretto od eventuale”, dispone in difformità nella fattispecie criminosa in esame.

Viene, infatti, confermato per S. L., guidatore senza patente, l'omicidio colposo aggravato dalla previsione e la condanna a cinque anni di reclusione.

Dinanzi alla Corte, l'arringa dell'Avv. Coppi, diretta a spiegare e sostenere la mancata sussistenza di una volontà omicida, viene espletata in un silenzio greve, rotto dai gemiti di sgomento ed incredulità di chi amava, ama ed amerà per la vita Alessio e Flaminia, assassinati consapevolmente, da un criminale capace di intendere e volere!

Potrà l'illustre Prof. Coppi, duramente contestato dai familiari delle vittime persi nell'ingiustizia subita dai loro cari, immolati alla rabbia insensata ed errante del recidivo L., comprendere lo strazio che avvolgerà costoro per il resto della loro vita?

All'unisono, si esterna il profondo rammarico degli avvocati di parte civile per la mancata, audace svolta, nell'orientamento giurisprudenziale della Corte di legittimità.

Vana l'aspettativa dell'Avv. G. Cesari, il quale, dopo tanto impegno difensivo e trasporto personale profuso nel far comprendere ai Giudici la sussistenza del dolo eventuale, sperava che la Corte di Cassazione riportasse alla giusta e corretta qualificazione dolosa e non colposa il reato, poiché “con lo sconto del 50 % della pena, viene seriamente meno il principio della certezza della pena nello Stato ed un serio monito sociale”. Per l'Avv. F. Caroleo Grimaldi “la decisione della Corte traccia un solco profondo fra la sensibilità dell'opinione pubblica e la giustizia, sempre più arroccata su principi lontani dal vivere comune. Bisognerà, prosegue il penalista, che questa legge cambi, se non è in grado di presidiare adeguatamente la vita degli esseri umani”.

Ed infine, anche il Comune di Roma, in persona del sindaco Gianni Alemanno, già al verificarsi dell'evento omicidiario aveva espresso ai familiari l'incondizionato appoggio delle istituzioni. La città inoltrava apposita istanza, poi rigettata, per la costituzione di parte civile nel procedimento in oggetto. Oggi, con cupa amarezza, Alemanno denuncia, la reiterata pronuncia di “una sentenza troppo mite”.

Ma vi è di più in quanto, sul solco dell'oscuro precedente statuito dalla Corte di legittimità, si allega la sentenza pronunciata il 19 marzo 2010, dalla prima sezione della Corte di Assise di Appello di Roma.

Il Collegio ha ribaltato il verdetto, emesso in primo grado, a carico di I. V., condannato a 16 anni di reclusione per omicidio volontario, sotto il profilo del dolo eventuale, oltre che per lesioni gravissime e ricettazione, derubricando il reato in omicidio colposo con pena ridotta ad 8 anni e 6 mesi.

A tal proposito è necessario evidenziare come, ad emettere la sentenza, con l'unica eccezione del giudice a latere, De Crescenzio, è la stessa Corte che, il 18 giugno 2009, ha rinnegato la crescita del diritto, avvenuta con la sentenza storica del giudice Marina Finiti, pronunciandosi per la derubricazione del reato e il dimezzamento della pena nel caso Lucidi.

Le affinità fra i due crimini sono molteplici!

Il moldavo di 23 anni, con particolare inclinazione criminogena, colpito da provvedimento di espulsione sospeso a suo carico, alla folle guida di un furgone rubato, il 18 luglio 2008, per sfuggire ad un inseguimento della polizia, superò senza fermarsi tre semafori rossi, l'ultimo dei quali regolava l'incrocio tra via Nomentana e viale Regina Margherita, dove circa due mesi prima si consumava l'assassinio di Alessio e Flaminia.

V., alla velocità di 110/120 km orari travolse l'auto, sulla quale viaggiavano il giovane universitario ventenne Rocco Trivigno, uccidendolo e ferendone gravemente la sorella Valentina ed il fidanzato di lei, Nicola.

La III Corte d'Assise di Roma, nel motivare la sentenza di condanna attesta che “il tragico investimento non è un semplice incidente stradale, con connesso episodio di ricettazione, ma un crimine ben più grave: un omicidio volontario nel quale l'imputato agì come un giocatore di roulette russa”.

Tale deliberazione, estensione ideale della precedente, sembra confermare l'abbandono coraggioso di quell'orientamento giurisprudenziale che, da sempre, ha ritenuto non possa esservi volontarietà nelle morti causate in incidenti stradali.

I Giudici nel decidere, prendono posizione in ordine all'elemento qualificante la fattispecie delittuosa: la consapevolezza di colui che volontariamente agisce, sapendo di aver accettato il rischio di uccidere!

Purtroppo, nella successiva fase di gravame, l'innovativa elaborazione giurisprudenziale sulla sussistenza del dolo eventuale nel delitto stradale non trova accoglimento.

La Corte di Appello alloga l'assunto sostenuto dall'Avv. Gianzi, difensore dell'imputato, il quale, minuziosamente evidenzia le analogie con il caso Lucidi, analogie che in antinomia con la realtà, si tramutano quasi, in prove a discarico.

Il Presidente Catenacci dà lettura della sentenza nel silenzio amaro e composto dei familiari ed amici di Rocco. Costoro hanno la sensazione di aver già ascoltato quelle parole e sperano che l'invisibile legame tra Alessio, Flaminia e Rocco, possa essere reciso dinanzi alla Corte di Cassazione, che nel prosieguo sarà chiamata a pronunciarsi sulla ingiusta e drammatica distruzione della famiglia del giovane universitario.

Per rigore di cronaca, non ci si può sottrarre all'obbligo morale di ricordare che I. V., a differenza di L., nel giudizio in primo grado rese una dichiarazione spontanea: “Sono colpevole di aver distrutto una famiglia, ho distrutto anche la mia. Chiedo scusa a tutti e soprattutto alla madre che ha cresciuto questo figlio. Non era mia intenzione uccidere. Sono state distrutte due vite, nessuno potrà ridarmi più la serenità”.

Peraltro, alla luce di quanto svolto, si evince la necessità di un improrogabile intervento legislativo, più volte sollecitato, che accolga e concretizzi gli accorati appelli della collettività, mortalmente ferita dalla criminalità stradale.

Nel merito dell'argomentata vicenda Lucidi, la Corte Suprema il 24 marzo c.m., deposita la motivazione della sentenza n. 11222 pronunciata il 18 febbraio 2010, che per la sua illogicità suscita lo sbigottimento generale.

Si sostiene, infatti, la legittimità della valutazione pronunciata dalla Corte di Assise di Appello di Roma, che dispone la derubricazione del reato in omicidio colposo, aggravato dall'evento, in quanto la stessa “è dovuta allo stupore manifestato da Lucidi che dimostrerebbe, appunto, l'assenza di una volontà di provocare un incidente stradale”.

L'Avv. G. Cesari, legale dell'AIFVS dichiara legittimamente che “La sentenza appare illogica, non condivisibile e pericolosamente deresponsabilizzante nei confronti della più efferata criminalità stradale” ed anticipa il ricorso dinanzi alla Corte Europea dei diritti dell'uomo contro la suddetta ingiusta sentenza. Aggiunge, con amarezza il difensore: “Si pone uno sbarramento al dolo nell'omicidio stradale ponendo nel nulla gli sforzi compiuti dalle Procure della Repubblica contro i pirati della strada”.

Non è condivisibile la tesi di un Lucidi che non voleva uccidere. Al contrario, dalle prove acquisite agli atti nel corso del dibattimento si evince, palesemente, l'assoluta noncuranza per la vita degli altri, in una condizione di ira rivolta genericamente ad ogni individuo, la c.d. “criminalità fungibile”.

La potente autovettura, che l'imputato cocainomane guida senza abilitazione, diventa nelle sue mani consapevole strumento di terrore e morte che appaga il suo meschino Ego!

 

fonte – altalex.com

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