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Il pedone che cade a causa di un tombino non segnalato va risarcito

Della caduta di un pedone, dovuta dall'instabilità di un tombino risponde il Comune o comunque l'ente proprietario della strada; tuttavia grava sul danneggiato dimostrare la ...

Categoria: Sentenze e Leggi | 27 Novembre 2010
IL PEDONE CHE CADE A CAUSA DI UN TOMBINO PERICOLANTE NON SEGNALATO, DEVE ESSERE RISARCITO



Della caduta di un pedone, dovuta dall'instabilità di un tombino risponde il Comune o comunque l'ente proprietario della strada; tuttavia grava sul danneggiato dimostrare la cattiva manutenzione della strada e/o la mancanza di segnalazione.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, terza sezione civile con  sentenza n°  23277 del 18/11/2010.
In questo caso è stato  chiarito, come in altre sentenze, che occorre il giudice si convinca che il danno  è stato prodotto dalla cattiva manutenzione della strada.
Ma è necessario anche provare un secondo elemento: l'imprevedibilità dell'insidia.
In parole povere il danneggiato deve dimostrare che la caduta non poteva essere evitata, dato che il pericolo non era prevedibile a causa della mancanza di ripari e precauzioni, come recinzioni, cartelli, lampade ecc.
I giudici della Cassazione riconfermano che in questi casi si tratta di responsabilità ai sensi dell'articolo 2043 del codice civile e non dell'articolo 2051.
Questo perché per un Comune è di fatto impossibile custodire tutto il manto stradale, a causa della notevole estensione del territorio e delle modalità di uso da parte di terzi.
La responsabilità risulta così "degradata" da quella tipica del custode ( art 2051 ) a quella cosiddetta aquiliana, ai sensi  dell'articolo 2043 del codice civile.
In base ad essa chiunque è causa di un fatto doloso o colposo e cagioni ad altri un danno ingiusto è tenuto a risarcirlo.
In questi casi non sempre , ovviamente si "arriva fino al Tribunale".
Per evitare contestazioni da parte del Comune e giudizi, è bene che il pedone caduto:
chiami o faccia chiamare una pattuglia di polizia locale o di forze di polizia stradale, o magari una squadra di cantonieri;
si procuri preferibilmente un testimone;
faccia constatare l'esistenza del tombino pericolante e l'assenza di segnalazione.
Una fotografia  del  luogo dell'incidente, puo' rappresentare un buon elemento aggiuntivo.
Il passaggio successivo consisterà nel redigere un racconto dell'accaduto, evitando commenti ed annotando solo  fatti.
Se poi ci sarà anche la relazione di servizio della forza di polizia  intervenuta, sarà ancora meglio
La richiesta di danni solitamente deve essere inoltrata con raccomandata con avviso di ricevimento o presentata personalmente all'ufficio sinistri   o altrimenti all' ufficio demanio e patrimonio, oppure  alla ragioneria del Comune dove l' infortunio si è verificato.
Anche in questo caso  è utile provare :
  • spese mediche;
  • danni al vestiario;
  • ogni eventuale altro danno causato dall'incidente.

Altre sentenze sono reperibili sul sito www.semaforoverde.it

Alberto Gardina - Salvatore Palumbo
redazione di www.semaforoverde.it  
CORTE DI CASSAZIONE CIVILE, SEZIONE TERZA.
Sentenza 23277 del 18/11/2010

CIRCOLAZIONE STRADALE -  MANUTENZIONE SEDE STRADALE - RESPONSABILITÀ CIVILE -   Caduta a causa tombino non segnalato - L'instabilità di un tombino, in mancanza di qualsivoglia segnalazione dei lavori in corso e di recinzione della zona interessata, comporta responsabilità dell' ente proprietario della strada, ai sensi dell'articolo 2043 cod.civ SE costituisce  un pericolo occulto ed imprevedibile, ma non comporta responsabilità ex art. 2051 cod. civ., data l'impossibilità dell'effettiva custodia del bene, a causa della notevole estensione delle strade

I fatti di causa possono così ricostruirsi sulla base della sentenza impugnata.
A. D'., con atto di citazione notificato il 12 gennaio 1989, convenne in giudizio il Comune di omissis chiedendo il ristoro dei danni patiti a seguito di una caduta, determinata dallo stato di dissesto del fondo stradale.
L'ente, costituitosi in giudizio, contestò la domanda attrice.
Con sentenza del 12 febbraio 2004 il Tribunale di Napoli rigettò la domanda.
Su gravame della soccombente, la Corte d'appello l'ha invece ritenuta fondata e, per l'effetto, ha condannato il Comune di omissis al pagamento in favore della D. della somma di euro 55.798,54.
Avverso detta pronuncia ha proposto ricorso per cassazione, illustrato anche da memoria, il Comune di omissis, formulando un solo, complesso motivo con pedissequo quesito.
Ha resistito con controricorso la D..
Il giudizio, rinviato a nuovo ruolo all'udienza del 19 febbraio 2006, a seguito del decesso del difensore dell'intimata, è stato trattato e deciso all'udienza odierna.



Motivi della decisione

1. Nell'unico mezzo il Comune di omissis lamenta insufficienza della motivazione su un punto decisivo della controversia. Oggetto della critica è il convincimento del giudice a quo in ordine alla eziologia dell'evento lesivo. Secondo la Corte territoriale, invero, l'instabilità del tombino sul quale la D. era andata ad inciampare costituiva evento imprevedibile, e quindi insidia per l'ignaro passante, idonea all'affermazione dell'efficienza causale della condotta della P.A. nella determinazione dell'evento.
Sostiene invece il deducente che, considerate le caratteristiche di tempo e di luogo in cui si era verificato il sinistro, l'attrice bene avrebbe potuto prevedere un pericolo per la sua incolumità e, conseguentemente, adottare tutte le cautele necessarie ad evitare che esso si materializzasse, transitando sul lato della strada non interessato dai lavori.

2. La doglianza è infondata.

È consolidata affermazione di questo giudice di legittimità che, in tema di responsabilità per danni da beni di proprietà della Pubblica amministrazione, qualora non sia applicabile la disciplina di cui all'art. 2051 cod. civ., in quanto sia accertata in concreto l'impossibilità dell'effettiva custodia del bene, a causa della notevole estensione dello stesso e delle modalità di uso da parte di terzi, l'ente pubblico risponde dei pregiudizi subiti dall'utente, secondo la regola generale dell'art. 2043 cod. civ., norma che non limita affatto la responsabilità della P.A. per comportamento colposo alle sole ipotesi di esistenza di un'insidia o di un trabocchetto. Conseguentemente, secondo i principi che governano l'illecito aquiliano, graverà sul danneggiato l'onere della prova dell'anomalia del bene, che va considerata fatto di per sé idoneo - in linea di principio - a configurare il comportamento colposo della P.A., mentre spetterà a questa dimostrare i fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità in cui l'utente si sia trovato di percepire o prevedere con l'ordinaria diligenza la suddetta anomalia o l'impossibilità di rimuovere, adottando tutte le misure idonee, la situazione di pericolo (confr. Cass. 6 luglio 2006, n. 15383).

Non è superfluo aggiungere che siffatto ordine di idee ha a suo tempo ricevuto il significativo avallo della Corte costituzionale la quale, chiamata a scrutinare la conformità con gli artt. 3, 24 e 97 della Costituzione degli artt. 2051, 2043 e 1227 cod. civ., ha ritenuto infondato il dubbio proprio in ragione della aderenza ai principi della Carta fondamentale del nostro Stato dell'interpretazione affermatasi nella giurisprudenza di legittimità (confr. Corte cost. n. 156 del 1999).

2.1. Principio altrettanto pacifico è poi che, allorquando si faccia valere la responsabilità extracontrattuale della pubblica amministrazione per danni subiti dall'utente a causa delle condizioni di manutenzione di una strada pubblica, la valutazione della sussistenza di un'insidia, caratterizzata oggettivamente dalla non visibilità e soggettivamente dalla non prevedibilità del pericolo, costituisce un giudizio di fatto, incensurabile in sede di legittimità se adeguatamente e logicamente motivato (confr. Cass. civ., 19 luglio 2005, n. 15224).

3. Venendo al caso di specie, il giudice di merito ha affermato che l'instabilità del tombino costituiva, in mancanza di qualsivoglia segnalazione dei lavori in corso e di recinzione della zona interessata, un pericolo occulto e imprevedibile, segnatamente rimarcando l'incongruità della linea difensiva della convenuta amministrazione - volta a rovesciare sull'infortunata la responsabilità dell'accaduto - alla luce del criterio, di elementare buon senso, che proprio per la mancanza di ogni segnalazione, l'utente poteva camminare indifferentemente sull'uno o sull'altro lato della strada.
Ciò significa che il decidente ha valutato, in termini che non possono essere tacciati di implausibilità e di illogicità rispetto al contesto fattuale di riferimento, la sussistenza dei presupposti per l'applicabilità del presidio generale di cui all'art. 2043 cod. civ. e ha poi dato del suo convincimento una motivazione esaustiva e corretta. Tanto basta perché la relativa valutazione si sottragga al sindacato di questa Corte.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato.

Segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.



P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in complessivi euro 4.200 (di cui euro 200 per spese), oltre IVA e CPA, come per legge.

di Redazione

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